laboratorio donnae

maternità surrogata: la nuova  frontiera  della servitù femminile

 

di Giusi Ambrosio

1 In un recente articolo pubblicato su Noi Donne, Rosanna Marcodoppido affronta in modo elaborato ma non inedito il problema della maternità surrogata, come risposta a un desiderio e in quanto tale meritevole non solo di umana comprensione ma anche di opportuna espressione nella formulazione di un diritto. Al di là della sempre opportuna riflessione su temi controversi, mi sono chiesta perché una tale iniziativa nella fase politica in cui altre donne, numerose donne, hanno inoltrato ai segretari dei partiti la richiesta di assumere un impegno a non far approvare nella prossima legislatura delle leggi che rendano possibile la reificazione della donna, la mercificazione di una esperienza psicofisica costitutiva dell’essere umano, la concezione delle vite chiamate alla luce come appagamento di un desiderio incommensurabile, la indipendenza del maschile dal riconoscimento del simbolico della madre.

Quanto emerge dall’argomentazione, e di ciò mi sorprendo, è l’assenza o la mancata menzione del soggetto maschile come partecipe della richiesta e a volte anche committente di un tale progetto e destinatario di tale dono. Mi stupisce  la mancata attenzione alla minorità femminile nel momento in cui una donna accetta di FARSI VUOTO per rispondere a una richiesta del mercato, o a una logica neoliberista che trasforma la tecnica in tecnocrazia.

Rosanna ben utilizza l’approccio del partire da sé per dirci come il desiderio di un’altra donna possa averla emozionata e a tal punto di ritenere accettabile, se biologicamente le fosse stato possibile, dare accoglienza alla profondità di tale desiderio. Posto il problema in questi termini sembra una prova di nobiltà d’animo, di solidarietà tra donne libere e desiderose solo l’una della felicità dell’altra. Ma significa anche idealizzazione di un ovulo fecondato come principio e fine di una esperienza se pure non verificata.

Credo che il partire da sé, il proprio vissuto di mente e di cuore, essendo soggettivo e personale non possa significare proponimento di legislazione universale, come non credo che la realizzazione di un desiderio possa significare principio condiviso di moralità. L’etica della politica non può essere politica dei desideri.

Al contrario, principio condiviso può essere solo il non considerare un altro essere umano e un’ altra donna come mezzo e strumento di realizzazione per la propria forma del desiderio.

A quella donna a cui si chiede una maternità per conto terzi, altri o altre, si chiede anche insieme alla mercificazione del suo corpo il silenzio dei sentimenti o l’indifferenza del sentimento.

Evidente la disparità di status e di valutazione tra un ovulo fecondato che assume valore assoluto e il valore relativo, solo strumentale del corpo accogliente e di una mente insignificante.

Non credo si possa ipotizzare che la maternità surrogata venga vissuta dalla donna come una esperienza ascetica e una via per il superamento della corporeità e delle sue molteplici voci e emozioni,  non credo che possa essere pensata  come una via per la santità mediante il sacrificio della condizione di donna.

Il mercato e la logica liberista hanno assunto la forza di trasformare anche la più profonda esperienza di genere in una indifferenza al genere.

Al limite della espropriazione umana si propone alle proletarie di essere senza prole.

2  Senza l’ausilio delle più moderne tecnologie nella storia si narra di gravidanze commissionate da donne sterili ad altre donne, gravidanze commissionate da aspiranti padri, mariti di donne sterili ad altre donne con cui si congiungevano.

Un uso di un corpo preso in prestito allo scopo di perpetuare tramite il  seme maschile la discendenza e la biologica fonte del diritto ereditario.

Nella Genesi si trovano citati due casi di gravidanze come lavoro servile a cui vengono sottoposte due donne Bilhà e Hagàr rispettivamente schiave, la prima di Sara, moglie sterile di Abramo e la seconda di Rachele, moglie sterile di Giacobbe.

“Prendi la mia schiava, lei partorirà sulle mie ginocchia e io avrò figli da lei.”

Anche se Sara e Rachele ritennero di aver avuto figli tramite le loro schiave, questa madri biologiche non vennero negate nella loro realtà e le padrone poi ebbero con queste rapporti conflittuali. In particolare Rachele dopo aver messo al mondo in tarda età, il suo figlio Isacco, ordinò la cacciata di Hagàr e del figlio Ismaele.

Quello che intendo sottolineare è come la maternità per altri/e ha evidentemente un carattere servile  e che le schiave se  fossero state sterili non avrebbero mai potuto chiedere in prestito il corpo della padrona.

Le più avanzate tecnologie di cui ai nostri tempi è possibile disporre prospettano una circolazione di gameti, di spermatozoi che incontrano ovuli in un deserto asettico della fecondazione per poi essere introdotti in un corpo ospitante di donna affittata con regolare contratto e con precise regole di manutenzione. Una situazione compatibile con la logica neoliberista che riduce ogni cosa a merce e il corpo della donna a unità produttiva- riproduttiva.

In tal modo e in tal senso può accadere che una donna libera diventi materialmente operaia della riproduzione, moralmente serva del desiderio altrui.

Una donna che diventa un corpo involucro forse scisso dalla percezione di sé e nella percezione del rapporto senziente che la mente offre e produce.

Un corpo che non pensa o una mente che non sente?

Come si può ritenere che una tale esperienza non renda una donna oggetto di una manipolazione morale che abilita alla negazione del proprio essere?

Come non vedere quale danno di svuotamento possa subire una donna che vende(?), affitta(?), dona(?), la sua interiorità corporea a cui nega di far corrispondere una interiorità mentale.

Un forma di colonialismo etico nell’attribuire alle donne povere, o in condizione di bisogno economico, la resistenza alla fatica fisica e solo fisica, la resistenza alla anestesia dei sentimenti. Breve il tempo, solo nove mesi, poi tutto come prima. Resta evidente comunque l’essere stata un mezzo per appagare la volontà di potenza che altri hanno espresso.

OPPURE qualcuno può pensare che si tratta di una scelta di libertà consapevole

di un altruismo gratuito, di una scelta oblativa per la gioia altrui?

Volendo sostenere  la interpretazione della scelta consapevole e solidale potremmo anche avventurarci nella ipotesi di una nuova forma di santità femminile, riconoscibile nel martirio di sé, nel dominio dei sentimenti, nella rinuncia ai legami personali, nella sopportazione del dolore. Una cosa un po’ distante dal femminismo.

Nella più benevola delle interpretazioni si potrebbe affermare che una donna possa vivere una gravidanza, forse non una maternità, in uno stato di anestesia generale, in cui non ci sia posto per qualche turbamento, per qualche manifestazione di angoscia, di panico per il prossimo futuro della nascita.

Purtroppo ci troviamo a dover mettere a confronto la disparità di potere tra chi come committente si convince di esercitare un diritto e chi al contrario si convince di avere un dovere, tra chi si elogia come dotato di sensibilità genitoriale  e chi  insensibile anche a sé stessa deve  svolgere un lavoro, una funzione materiale.

Il primo si innalza con la potenza del desiderio, la seconda soggiace con  la povertà del bisogno.

Il primo chiede che il suo desiderio diventi regola e legge, la seconda chiede di non patire il rammarico e il rimpianto.

Asimmetria tra ricchezza e povertà, tra ricchezza del desiderio e povertà della indifferenza.

ASIMMETRIA TRA  LA POTENZA DEL  DESIDERIO e IL SILENZIO DELLA  INDIFFERENZA.

L’ insignificanza della madre, fisica, morale e simbolica rappresentano una nuova frontiera oltre la quale crolla la libertà  femminile e la sovranità genitrice sulla donazione della vita.

 

immagine: Body Mask  di  Sherrie Levine, 2007 Calco in bronzo, 57,2 × 24,1 × 14,6 cm

 

 

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 12 febbraio 2018 da in femminismo, maternità con tag , .

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