laboratorio donnae

Rachel parla anche a me, di me.

di Pina Nuzzo

Dopo aver  letto “Stupro a pagamento”  di Rachel Moran,  diventa impossibile difendere l’idea di legalizzare la prostituzione. Lei l’ha provata per sette anni e, una volta uscita, ha trovato la forza di raccontare e lo ha fatto usando il proprio nome, mettendoci la faccia. Condividendo questa scelta, non facile, con il figlio, che l’ha sostenuta.  Questo libro – sottolinea Resistenza Femminista nell’introduzione –  non è soltanto un racconto autobiografico, ma piuttosto l’analisi personale-politica di che cosa sia veramente la prostituzione: “la commercializzazione dell’abuso sessuale”. Con grande precisione analitica Rachel smantella i falsi miti sulla prostituzione mettendo in luce l’intreccio tra discriminazione sessuale e socio-economica di cui si nutre lo sfruttamento disumano dell’industria del sesso.

Ho provato ammirazione leggendo e ascoltando Rachel, non solo per quello che mostra della sua vita, ma per la consapevolezza del percorso politico che ha intrapreso, a  “partire da sé”.  Questo ne fa la donna che è diventata, la  donna  che è oggi. Un soggetto politico con una visione e con un progetto, semplice e chiaro: aiutare altre donne a uscire dalla prostituzione. Coinvolgendo sopravvissute, femministe, pensatrici, giornaliste…, insieme in un ruolo politico attivo.

Attiviste che configurano un movimento inedito, composito, che supera i confini nazionali ed europei, capace di  misurarsi con  istituzioni o con associazioni miste,  spesso ostili all’abolizionismo,  senza rinunciare alla radicalità del pensiero e dell’azione politica.

E’ un rischio, ma il rischio più grande sarebbe non combattere.

Non potevo mancare  l’appuntamento del 20 novembre a Roma:  Le sopravvissute: la prostituzione è violenza. Dalla legge Merlin al Modello nordico”, evento organizzato da Resistenza Femminista e SPACE international (gruppo internazionale di sopravvissute alla prostituzione) con Rachel Moran– presidente di SPACE;  Fiona Broadfoot – sopravvissuta e attivista di SPACE;  Julie Bindel – giornalista e scrittrice, autrice de “Il mito di Pretty woman” e  Alessandra Bocchetti,  femminista.

Partecipare, ascoltare Rachel, Fiona,  attiviste e relatrici è stata una conferma ulteriore dell’inganno delle parole, delle frasi fatte che ci definiscono secondo un modello e un disegno maschile.

La prostituzione riguarda tutte: chi è dentro e chi è fuori. La prostituta ha una funzione precisa nell’ordine patriarcale:  è  un monito per tutte, è l’altra  che ogni donna avrebbe potuto essere.

Potrebbe sempre essere.

Ecco, allora, che il mestiere più antico del mondo è il ‘pappone’; è lui che sovraintende alla cooptazione, agli stupri, agli abusi alle violenze sulle donne che si vuole indurre, costringere alla prostituzione.  Così, una volta ridotte a merce, le donne  vengono messe sul mercato dove uomini potranno godere dell’umiliazione di un essere umano, addomesticato con la violenza. E gli uomini che comprano le donne sono i nostri mariti, compagni, figli, fratelli, padri. Sono “uomini per bene”.

Niente mi convincerà mai che la prostituzione possa essere un lavoro come un altro, anzi non può essere un lavoro, perché questo metterebbe a rischio la libertà di tutte, anche di quella donna che decida di fare sesso per denaro, liberamente, privatamente.

Del resto, in Italia non è vietato prostituirsi. Grazie alla legge Merlin, la prostituzione non è un reato, ma introduce i reati di sfruttamento, induzione e favoreggiamento, anche recependo la Dichiarazione universale del diritti umani dell’Onu del 1948. La legge Merlin, votata dai partiti antifascisti, ma non dall’Msi, di fatto liberò oltre tremila donne dalla “indegna schiavitù”, come la chiamò Anna Maria Mozzoni dopo l’Unità d’Italia e come poi riprese Lina Merlin. (Vittoria Tola)

Altro è chiedere la regolamentazione della prostituzione, come fanno alcuni partiti, di diversi orientamenti politici, ma anche movimenti misti e di donne. Regolamentare la prostituzione significa riconoscere che “il corpo di una donna possa essere considerato un luogo di lavoro” (Julie Bindel)

E potrebbe accadere, come in Germania, che  “alcune donne  hanno rischiato di perdere l’assegno di disoccupazione perché si rifiutavano di “lavorare” nei bordelli. C’è voluta una sentenza della Corte sociale federale tedesca per chiarire la questione. Tutto questo è accaduto come conseguenza diretta della regolamentazione che sancisce per legge che la prostituzione è un “lavoro” come un altro e come dice la tenutaria Tatiana Ulyanova: “Perché non dovrei cercare lavoratrici tramite il centro dell’impiego quando pago le tasse come tutti gli altri?”. (da Stupro a pagamento)

 

Un lavoro come un altro?

Ingeborg Kraus : Oggi abbiamo bordelli a tariffa forfettaria dove puoi pagare 50 euro e avere una birra, una salsiccia e donne senza limiti. Per andare incontro alla domanda crescente di sesso a pagamento sono stati creati mega-bordelli, come il “Pasha” a Colonia, con i suoi 10 piani e le sue 150 donne che ci “lavorano”. Possiamo osservare una riduzione nelle tariffe per le donne: 30 euro a rapporto sessuale, quando le donne devono pagare circa 160 euro per una stanza e 25 di tasse al giorno; questo vuol dire che devono servire 6 uomini prima di iniziare a guadagnare. La violenza è aumentata, i clienti sono diventati più brutali e le pratiche sessuali più pericolose e depravate. Prima della legge del 2002 i compratori avevano la coscienza sporca per quello che facevano. Ora non più. Vogliono di più. Sempre di più. Il linguaggio è cambiato, le donne vengono disumanizzate, sono chiamate “carne fresca”, “ultimi arrivi ”… linguaggio da supermercato. LEGGI TUTTO da Resistenza Femminista

 VIDEO  realizzato dalle femministe francesi, agghiacciante…e veritiero.

 

 

 

 

 

Un commento su “Rachel parla anche a me, di me.

  1. giusi ambrosio
    28 novembre 2018

    Ottimo lavoro di puntualizzazione. Cara Pina purtroppo dobbiamo notare come le esperienze più lesive della profondità dell’essere donna possano essere considerate come scelte e non come traumi. Quanto accaduto in Germania, o meglio quanto ancora accade in Germania, a partire dall’equivoco che la legalizzazione normalizzava una condizione e consentiva il superamento della discriminazione delle donne prostituite non insegna che invece l’esito è solo una più brutale e seriale commercializzazione del sesso. Accade che da più parti venga auspicato un ritorno alle case di prostituzione dove la sessualità maschile possa godere dell’umiliazione di una donna, di molte donne. La prostituzione è funzionale all’ordine patriarcale che nel nostro tempo assume una dimensione di mercato globale. Terribile constatare come la democrazia possa accogliere al suo interno la schiavitù. La tratta e la prostituzione sono parte integrante di una economia che prospera sullo sfruttamento dei corpi delle donne in un sistema che fornisce alimento a quella che Loretta Napoleoni ha analizzato e definito ECONOMIA CANAGLIA.
    Un abbraccio e sempre molte grazie Giusi Ambrosio

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Questa voce è stata pubblicata il 26 novembre 2018 da in donne, prostituzione, resistenza con tag , .

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