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Modena, andata e ritorno: Piattaforma per una Contrattazione di Genere

di Pina Nuzzo

L’Udi di Modena  è  sempre un punto  di riferimento per me, anche quando ho cambiato città e sono andata a vivere a Lecce, oppure quando ho assunto un ruolo nazionale e mi sono spostata a Roma, perché è in quella città che, negli anni settanta, è cominciata la mia avventura nella politica delle donne.

Torno a Modena, alle donne dell’Udi,  quando voglio ritrovare le mie radici e sentirmi a casa;  con alcune ho intrecciato relazioni che hanno attraversato i decenni, con altre, più recentemente, ho potuto misurare gli spostamenti e la crescita mia e delludidimodena. Da tutte loro, e da una in particolare, Rosanna Galli, ho imparato che un progetto politico necessita di molte teste perché abbia respiro e di molte gambe perché possa andare spedito. E’ una pratica che non ho mai abbandonato e che mi permette, tuttora, di non perdere mai di vista l’essenziale: la materialità della vita.

Così, ho pensato bene di andare alla Tenda di Viale Monte Kosica, a Modena, nella mattinata di venerdì 17 maggio, dove si sarebbe svolto  “un confronto a più voci fra studenti, mondo del lavoro, sindacati e imprese, con una partecipazione attiva di ragazzi e ragazze che avevano partecipato ai laboratori di formazione sul tema degli stereotipi negli istituti superiori Sigonio, Selmi, Ipsia Cornidi Modena e Paradisi di Vignola”.

All’origine del progetto, un Seminario nazionale del 2015 – ‘Lasciateci lavorare’ – al quale avevo partecipato anch’io, nel quale si metteva a fuoco la realtà del lavoro femminile e il rapporto fra lavoro e maternità. E riprendeva un percorso già avviato, che aveva trovato un momento significativo nell’Anteprima Congresso del 2011: Libere di LavorareIl mio intervento al Seminario si ricollegava proprio a quell’esperienza.

Nella  piattaforma per una contrattazione di genere che l’Udi pubblica in seguito, c’è un passaggio che merita un confronto, ed è questo:

La vita delle donne è strettamente legata al tema della maternità che coinvolge sessualità, contraccezione, salute riproduttiva e parto. Ancora oggi il corpo delle donne è più oggetto di ricatti e baratti politici che di attenta e approfondita riflessione; questo ci riguarda per l’enorme difficoltà di circoscrivere, nei termini possibili di una sola politica, temi come la maternità, la contraccezione, il desiderio di maternità, il rifiuto della maternità, la sterilità, e avere e la piena soggettività personale e sociale nelle scelte relative alla riproduzione.

Per questo, mentre va rispettata la scelta di volere o non volere un figlio, non accettiamo che la scelta sia conculcata dalla mancanza di lavoro, di servizi e di futuro.

Per quanto riguarda la gravidanza per altri pensiamo che il corpo delle donne non si affitta e non si compra, perché bambine e bambini non possono essere oggetto di dono o di mercato.

Il desiderio di maternità e di genitorialità di coppie etero e omosessuali rischiano oggi di essere assoggettati ai criteri della potenza tecnologica e del rendimento produttivo, trasformando donne in contenitori economicamente definibili, figlie e figli in oggetti di investimento, senza alcuna coscienza del limite. Oggi il neoliberismo sta conquistando il tema della riproduzione umana riassoggettandolo al binomio sfruttamento-profitto, come ha già fatto con il lavoro di manutenzione della vita.

Proprio a partire dalle ultime parole – lavoro di manutenzione della vita – vorrei ragionare di cura e manutenzione, concetti su cui mi ero soffermata nel mio documento, perché vengono usati indifferentemente, come fossero dei sinonimi. Un lavoro tutto da fare.

Ma, rientriamo nella Tenda. All’emozione di ascoltare le voci dei ragazzi e delle ragazze che hanno pensato e riflettuto sulla differenza tra i sessi, nell’ambito della vita e del lavoro.  E che hanno saputo restituire in modo creativo le aspettative e i timori delle loro giovani vite. Un evento realizzato e condotto in modo magistrale. Brava Serena Ballista che ha  tenuto la regia, brava Laura Piretti che ha introdotto e illustrato cosa si intenda esattamente per contrattazione di genere

 

 Se la contrattazione sociale (vale a dire quella che avviene fra i vari soggetti e realtà che compongono la società) tiene conto di uomini e di donne, non come numeri, ma come persone, allora la specificità femminile di diventare spesso madri deve far parte dall’inizio alla fine di questa contrattazione.  Non si tratta quindi di aggiungere ad una realtà indifferente a questo evento, sostegni o incentivi o elementi sparsi di conciliazione,  inevitabilmente parziali e frammentari.

Se la maternità non è una sospensione della capacità lavorativa, ma è una diversa fase della stessa, e anzi, secondo non pochi studi, è (come anche la paternità) situazione che può rafforzare, non indebolire la capacità lavorativa,  allora formazione, organizzazione del lavoro, nuove modalità di lavoro, erogazione dei servizi, welfare, debbono essere già predisposti a contenere le scelte di maternità che dunque diventano parte integrante non solo dell’organizzazione del lavoro, ma anche di tutta la società.  Questo è il senso di una contrattazione di genere,  che tiene conto a tutti gli effetti  del genere femminile, dunque inclusiva. 

Per chi vuole saperne di più, rimando al testo completo di Laura e all’Udi di Modena.

‘Noi’ci rivedremo presto, spero.

 

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Questa voce è stata pubblicata il 23 Mag 2019 da in appuntamenti, donne, Udi con tag .

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