laboratorio donnae

per un discorso sulla maternità

di Pina Nuzzo

A maggio di quest’anno, in sostegno di  Laura Massaro,  scrivevo su Facebook : “Laura non è sola, alcune donne sono con lei, ma non basta. Non ha il supporto necessario per bucare i media, per arrivare all’opinione pubblica. Il problema è politico e riguarda tantissime madri e bambini, ma riguarda anche chi non è madre, chi ha scelto di non esserlo, e può farlo grazie alle lotte delle donne che le hanno precedute. Per un’azione collettiva efficace, organizzata, occorre uscire dalla logica della tutela che ci sta riconsegnando nelle mani di un patriarcato (etero o gay non fa differenza) sempre più feroce, trasversale, diffuso. A questo punto ‘credo di avere dei diritti’ e metto al centro della mia elaborazione politica il corpo generativo delle donne. Nuove relazioni per un progetto politico nuovo.  Io ci sono.”

Il 17 giugno ho scritto un post: “Chi ci guadagna? Perché di mercato si tratta. E quando questo o quel politico scoprirà che se ne può fare uno strumento di propaganda elettorale (le regionali sono alle porte)  dirà che bisogna mettere un freno alle case/famiglia, e solo allora il variegato popolo della sinistra andrà in scena in chiave antigovernativa. Sempre a scapito di donne e di bambini. Sempre un passo indietro rispetto ai problemi, senza una visione politica. Rimpiango l’antico movimento delle donne, ché sapeva ascoltare le donne, istruire vertenze e promuovere azioni politiche efficaci.”

Quello che a me interessa, oggi come sempre, va oltre la cronaca e rimette al centro della riflessione la funzione di un movimento politico di donne, la capacità di avere un radicamento sul territorio, un rapporto con le donne concrete. Prendo atto – e con dolore – che la nostra politica  non ha una visione  che sappia fare i conti con quello che ci siamo lasciate alle spalle di irrisolto. Forse, per il bisogno di chiudere con la maternità come destino e condanna, abbiamo perso di vista il suo valore, abbiamo acconsentito, quando non contribuito, al progressivo impoverimento della figura materna, della donna che sceglie di portare avanti una gravidanza e partorire.

Non è un caso se, nel 2006, il terzo Governo Berlusconi ci regala la legge 54, Disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento . La maggioranza era formata da Forza Italia, Alleanza Nazionale e Lega. Con questa legge si equiparano la figura materna e paterna, si cancella la differenza e la disparità tra i sessi. Si penalizzano le donne, spesso ricattate con la PAS (Sindrome di Alienazione Parentale) anche nelle separazioni da mariti violenti.

Chi non conosce la storia di Laura, di Ginevra e di tante altre, si può aggiornare in rete.

Il 28 ottobre ho preso parte a un sit-in di Laura Massaro in piazza Montecitorio, qui, parlando con alcune donne presenti, ha preso corpo l’idea di ritrovarci. Vedremo. Intanto, pensando alle cose che ci siamo dette, alle richieste che mi hanno fatto, pubblico la traccia di lavoro che avevo preparato per partecipare a un’iniziativa dell’Udi di Modena del 2016. Serviva a me come promemoria delle cose dette e fatte e per dire dove ero. Praticamente dove sono ancora.

 

 TRACCIA PER UN DISCORSO SULLA MATERNITA’

Il testo che segue è  tratto dal documento che ho scritto in occasione del seminario Udi del febbraio 2007 per l’avvio della Campagna 50E50. Mi è tornato in mente leggendo la proposta della consigliera comunale di Venezia Camilla Seibezzi, delegata del sindaco ai Diritti Civili e alla Politiche contro le discriminazioni: Addio alla dicitura «mamma» e «papà» dai moduli per l’iscrizione agli asili nido e alle scuole dell’infanzia. Al loro posto comparirà «genitore 1» e «genitore 2». Era il 2013, io mi sono sentita offesa, altre erano contente.

La capacità di generare è cosa ben diversa rispetto all’essere genitori.

Dobbiamo stare dentro il nostro tempo in modo spregiudicato e prendere le distanze da quello che si può definire il “nuovo neutro”, da quel modo politicamente corretto di leggere la realtà che appiattisce le differenze e azzera i conflitti, come se riconoscere le diverse esperienze, diverse anche per i sessi, non facesse crescere tutti.

La lingua è la spia evidente  di come si vuole rappresentare la realtà, per esempio  sembra più moderno (e di sinistra)  parlare di “coniugi” perché rimanda a una idea di condivisione che, in caso di conflitto, risulta falsa, basti pensare alle guerre scatenate in nome dei figli. Dicendo “marito e moglie” si nomina un’istituzione, il matrimonio,  con cui la società regola un certo tipo di rapporto tra due persone di sesso diverso. Tanto che  noi a suo tempo ci siamo pure battute perché le donne non fossero la parte debole e succube. Nelle trappole della lingua si cade anche quando si parla di famiglie e non di famiglia, eppure è proprio l’uso di quel termine a tradire un pensiero, dove quel modello istituzionale resta l’unico a cui tutti e tutte, etero e no, dovrebbero ambire per sentirsi in regola, nella socialità dei rapporti umani. Se si fanno sparire i generi da questa istituzione – non parlo del sacramento che è altra cosa e qui non ci riguarda – non eliminiamo automaticamente la divisione dei ruoli, piuttosto si espelle dal rapporto a due, di un uomo e di una  donna, la  titolarità del generare che è, ancora, delle donne.

La capacità di generare è cosa ben diversa rispetto all’essere genitori, ma di questa titolarità non ci siamo fatte carico pienamente. Noi ci occupiamo di gravidanza e di bambini ma non siamo ancora in grado di assumere la responsabilità verso il nostro corpo fertile, che concepisca o no, che partorisca o no, perché se lo vedessimo in tutta la sua potenza sapremmo che non ci si può chiamare fuori dall’esercizio del potere. Neanche con il  femminismo siamo state capaci di scendere nelle viscere di questo problema, anzi esso ha rafforzato la naturale diffidenza delle donne verso il potere in tutte le sue forme. La libertà di decidere quando e se fare figli, che ci siamo duramente conquistate, ci viene  spesso rinfacciata perché chi ha consuetudine con il potere sa che  poter decidere di sé è il primo passo per stare  nel mondo alla pari e ovunque si decide. Se ragioniamo a fondo su tutto questo sapremo perché abbiamo perso l’occasione di avere titolo nel dibattito sulla PMA e perché e come, nel giro di pochissimo, è potuta passare una legge come quella sull’affido congiunto. Abbiamo esperienza della libertà in un mondo che ce la fa pagare a caro prezzo.

(LEGGI TUTTO)

 

Sono tornata in modo più puntuale sulla centralità per la nostra politica del corpo fertile (o generativo)  nell’Autoconvocazione dell’Udi a Pesaro nel gennaio 2010

Un orizzonte altro

Anche la frase “io voglio tutto” per una donna rischia di incarnare solo una somma di tutti gli stereotipi.  Dentro questa mancanza di orizzonte ci sto anche io che dopo tanta politica mi tocca di capire perché andare avanti. Ho trovato la mia risposta nella democrazia duale. Dico duale e non paritaria solo per essere meglio compresa. Non perché i contenuti della Campagna 50E50…ovunque si decide e del nostro Progetto di legge sulla democrazia paritaria siano superati o differenti. Dico duale, per non avvallare l’ennesimo equivoco che vede nella parità il superamento di un’ovvia disparità. Abbiamo usato il termine democrazia paritaria per indicare che dovevamo essere in condizione di misurarci alla pari, ma non abbiamo mai detto che siamo pari.  Noi siamo differenti e siamo due, donne e uomini.

Su questa dualità va ripensata la democrazia. Per molto tempo abbiamo creduto che si potessero operare degli aggiustamenti. E sia chiaro, non parlo delle quote, che sono solo – almeno in Italia – la faccia perversa del peggiore aggiustamento. Parlo anche e soprattutto di altro, parlo di un modo di concepire la pratica politica. Tenere fuori le donne dalle decisioni che ci riguardano tutti in quanto umani pesa su questa nostra modernità così misera. Con sempre più forza e con sempre maggiore chiarezza è necessario prendere le distanze da quello che si può definire il “nuovo neutro”, da quel modo politicamente corretto di leggere la realtà che annulla le differenze negando i conflitti, come se riconoscere le diverse esperienze, diverse anche per i sessi, non fosse il vero guadagno per tutti. […]

In fondo, cos’è stata e cos’è ancora oggi la 194 – anche oggi che da più parti veniamo sollecitate alla sua difesa – cos’è la 194 se non un aggiustamento sulla impossibilità delle donne di autodeterminare la propria fertilità? Abbiamo lottato per NON morire di aborto clandestino e per poter decidere quando NON fare figli. Abbiamo anche avuto gli anticoncezionali e tutti i sensi di colpa per le decisioni che ci sentiamo costrette a prendere. La libertà di decidere quando e se fare figli, che ci siamo duramente conquistate, ci viene spesso rinfacciata perché chi ha consuetudine con il potere sa che poter decidere di sé è il primo passo per stare nel mondo con signoria e ovunque si decide. Io non ho avuto il tempo di desiderare un figlio, sono rimasta incinta come capitava alle donne della mia età e guardo oggi con una certa invidia a donne giovani, ma che la medicina definisce “primipare attempate”, che desiderano un figlio. Donne però per le quali è sempre più difficile rimanere incinte perché il corpo ha tempi suoi. Mi tornano in mente altre parole di questa Assemblea e un manifesto dell’8 marzo 2005:  La precarietà  rende sterili! E mi chiedo: cosa si prova a desiderare un figlio? Allora capisco che io e queste donne siamo speculari, ingabbiate in una organizzazione sociale che vede nella maternità un puro accessorio del femminile. Io mi sono autodeterminata sulla difensiva, le donne a cui penso e che si sottopongono alla medicina per fare figli sono vittime dell’idea progressiva della nostra civiltà.  Una idea tutta maschile che permea la società e la stessa politica.

Questa società in cui viviamo e che non prevede discontinuità e che non rispetta i corpi. Che propaganda un’idea di prolungamento della vita fertile presentato come moderno e laico. E che però contiene in sé vischiosità e pericoli che noi abbiamo già denunciato nel 2005, in quel Convegno Generare oggi, tra precarietà e futuro”, perché è comunque un’idea del femminile – uno dei tanti stereotipi – un pensiero che lascia alle chiese, alle religioni né più né meno che alla stessa scienza medica l’appannaggio anche dei nostri corpi, dei quali ci viene detto costantemente, ossessivamente come devono essere, comportarsi, vestire, camminare per il mondo.

Come sarebbe il mondo se la differenza e il corpo fertile delle donne fossero a fondamento di una democrazia? Come sarebbe la nostra vita nel nostro paese, se una donna potesse fare un figlio quando lo decide e questa decisione fosse accolta e sostenuta mentre studia, lavora, fa politica, altro? E non sto parlando di utopia perché in alcuni paesi europei  già avviene, hanno realizzato forme di Welfare che rendono possibile tutto questo. Come sarebbe la vita di donne mature, se in tanti la smettessero di predicare tutele a buon mercato sulla pensione come su altro, e cominciassimo veramente a dirci le cose come stanno, veramente, sul lavoro, come su altro? Ebbene, la democrazia duale è l’unico orizzonte possibile che mi permette di immaginare di nuovo il mondo, la politica, e di lavorare per qualcosa che con tutta probabilità non riuscirò a vedere. Però, avere contribuito alla sua costruzione mi pacifica.

(LEGGI TUTTO)

 

Ho ripreso l’argomento durante la Giornata di studi promossa da IAPhItalia: “Lavoro o no? Crisi dell’Europa e nuovi paradigmi della cittadinanza”, marzo 2012.  Intervento riportato nel volume collettaneo Come un paesaggio. Pensieri e pratiche tra lavoro e non lavoro (a cura di) Sandra Burchi e Teresa Di Martino, Iacobelli 2013”. Ecco il  passaggio che ci interessa:

Ma se io metto al centro del mio pensare il mio corpo fertile

Quando le donne parlano di lavoro non possono prescindere dalla maternità e dal lavoro di cura. E’ pure evidente che si tratta di donne appartenenti tutte ad una stessa classe sociale, non saprei dire quale secondo le vecchie categorie, ma tutte sono istruite, hanno in comune esperienza di lavori precari, spesso svolti dentro casa, hanno un bambino piccolo e tanti anziani di cui occuparsi. Tutte sono determinate a realizzarsi nella vita liberamente e autonomamente. Loredana De Vitis, in diverse occasioni, ha sottolineato l’importanza dei soldi nel gestire anche le relazioni interpersonali. Infatti difficilmente una manager mette l’accento sulla condivisione, il problema viene risolto diversamente. Del resto tutte noi, non solo le manager, dobbiamo molto della nostra emancipazione alle rumene o alle ucraine che ci sono necessarie per rendere compatibili le nostre responsabilità domestiche con le responsabilità del lavoro. Dopo tanti anni di politica sono giunta alla conclusione che la società, per come è pensata e strutturata, non sarà mai ‘casa’ per una donna. Il tempo della vita  strutturato in modo lineare – prima si fa questo, poi questo, poi quest’altro ancora – è funzionale al modo di pensare e di essere di un uomo. Dentro questa linearità egli è a proprio agio, il suo corpo non solo si adatta, ma vi corrisponde.

 Mentre una donna, per quanti aggiustamenti si possano operare, per quante leggi si possano ottenere, rimane estranea in una società così concepita. Il corpo di una donna ha un suo ciclo di vita che non può essere costretto dentro un tempo che non preveda discontinuità. Il desiderio di fare un figlio non può essere messo sullo stesso piano di altre scelte: prima finisco gli studi, poi faccio un master, poi mi specializzo, poi faccio un figlio.

Non si può più accettare che il concetto di autodeterminazione sia subordinato alla necessità del momento, che rimanere incinta sia una scelta procrastinabile quasi all’infinito. Non possiamo più accettare che il corpo fertile di una donna venga sottoposto alla coercizione di un tempo lineare, progressivo, perché mentre si domanda cosa sia meglio fare prima, perde di vista il suo corpo, non riesce più ad ascoltarlo, a decidere cosa è meglio per lei. Il tutto accompagnato dall’angoscia di dover essere all’altezza e perfette, sempre più aliene da sé.

Anche la politica ha un prima ed un dopo, ma l’agenda dovrebbe essere segnata dai corpi – dalla loro “pesantezza” – che dovrebbero indurre alla concretezza e a rivedere i sistemi di welfare vecchi e nuovi.

 Ma se io metto al centro del mio pensare il mio corpo fertile, che non vuol dire corpo che necessariamente genera, devo accettare che venga prima. E che nella relazione con l’altro sia asimmetrico. A mio vantaggio. Essere una donna è un privilegio

Se assumo questa asimmetria, e finora noi donne non l’abbiamo fatto, posso stabilire un patto con le altre –  anche con quelle che i figli non li faranno mai, che non li vogliono – che ci renda capaci di negoziare con l’altro lo spazio pubblico e quello privato. Capaci di determinare i tempi e i modi della convivenza civile che nel nostro Paese si chiama Democrazia. Una democrazia condivisa che preveda e comprenda la differenza tra i generi come un diverso punto di partenza per affermare differenti diritti, differenti doveri. Donne e uomini troveranno la misura dell’essere madre e padre quando la società in cui viviamo accoglierà come un corpo che fa ordine il corpo fertile delle donne. Allora il generare – nel senso di fare un figlio proprio con quell’uomo – diventerà anche un progetto con quell’uomo. Questo sarebbe uno spostamento enorme che può avvenire con il supporto di pensatrici e di politiche.

( LEGGI TUTTO)

 

immagine di pinanuzzo, appassionata, olio su tela, 1999

4 commenti su “per un discorso sulla maternità

  1. sabina izzo
    31 ottobre 2019

    Questi interventi sono emozionanti. Con tutto che mi sembra di non comprenderli fino in fondo, di non volerli comprendere fino in fondo, quasi ne avessi paura perché troppo rivoluzionari. E adesso sono qui ad agitare i miei pensieri.

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    • laboratorio donnae
      1 novembre 2019

      Grazie, Sabina, credo di capire quello che dici. I testi che ho pubblicato sono stralci di un discorso (e di un tempo) più ampio. Anche io avrei bisogno di dipanare i pensieri in un confronto. Pina

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  2. mentematerna
    1 novembre 2019

    Cara Pina, grazie per la tua riflessione. Con te mi sono confrontata più volte a partire dal presupposto comune di aver elaborato nel pensiero l’identità del nostro corpo di donna e la nostra asimmetria di creatrici di vita.
    Ora c’è un’altra parola che ci mette in sintonia: quella di ‘potere’. Una parolaccia che la maggior parte delle donne non vuole sentir nemmeno pronunciare, ma che dovrebbe invece discendere automaticamente proprio dalla nostra asimmetria.
    Eppure quest’ultima è così evidente! Chi ci ha insegnato a fabbricare un organismo così ammirevole? Come ci siamo arrivate? E’ merito della Evoluzione, di Dio, dell’Ambiente, del Caso o dei Geni del maschio, quelli di cui sua madre l’ha dotato affinché li trasportasse nel corpo di un’altra donna? O non abbiamo piuttosto imparato a costruirlo (necessariamente noi femmine), a ‘metterlo insieme’, a partire da quando siamo apparse sulla Terra come cellule viventi, miliardi di anni fa. Abbiamo faticosamente e ‘intelligentemente’ modellato la specie in relazione alle altre e a quello che ci avveniva intorno. Per arrivare a costruire una tale opera, a creare un organismo vivente (non macchine o tecnologie, computer o astronavi) abbiamo anche approntato le condizioni per sostenerlo e farlo vivere. Eppure oggi non ci riteniamo capaci di modellare la società con un pensiero autonomo.
    Siamo state capaci di tanto. Abbiamo inventato Lui e lo generiamo ancora. Lui E’ NOSTRO FIGLIO, dipende da noi per esistere perché non è in grado di costruirsi. Eppure oggi Lui vuole insegnare a noi cosa siamo, come dobbiamo comportarci, cosa dobbiamo pensare, come dobbiamo allevare i figli e in quale società farli vivere. Non vediamo l’enorme controsenso? Quale dio ha infuso in Lui quel sapere sulla vita che ha solo per riflesso? Come è cresciuto così Grande se viene fuori da una ‘infima’ donna? Questo è un controsenso perfino per la sua logica e la sua scienza.
    Mi chiedo allora come sia possibile che troppe donne siano così affascinate da chi da una parte affabula di diritti e regole dall’altra, da sempre e tutt’ora, ci tiene sotto il tallone decidendo tutto e ci accetta solo se facciamo quello e come lui lo vuole. Come possiamo ancora credere che sia capace di regolare un mondo che sta acceleratamente distruggendo?
    Come possiamo lasciarci prendere nella sua rete di sogni, se è così evidente che Lui stesso non è capace di uscirne? La sua democrazia fa acqua e diventa un mercimonio di consensi per il potere, ma ci racconta che sta lavorando per il nostro bene. Mentre con una mano continua ad uccidere, avvelenare, togliere benessere e serenità, senza neanche rendersene conte, con l’altra condanna pubblicamente chi queste azioni attua.
    Continuare a credere alle sue favole e chiudere gli occhi di fronte alla distruttività è forse realismo, è il male minore, è l’unico possibile accomodamento per evitare il peggio? O non è forse credere nella ineluttabilità delle categorie con cui i maschi ci descrivono il mondo? Non vediamo altro davanti a noi proprio perché non vediamo più noi stesse.
    E allora, quando Pina scrive “ occorre uscire dalla logica della tutela che ci sta riconsegnando nelle mani di un patriarcato (etero o gay non fa differenza) sempre più feroce, trasversale, diffuso” mi sembra di intravvedere due concetti che mi trovano d’accordo.
    Il primo è che gli uomini sono uomini e tutti, proprio per la loro struttura corporea, ragionano come maschi. Partoriscono idee astratte e poi pretendono di descrivere con esse la realtà, capovolgendola. Pretendono di ingabbiare il mondo dentro le loro risibili regole, sempre più minuziose, sempre più ‘universali’, tentando di avviluppare una realtà sempre più a loro sfuggente. Basti il fatto che da millenni e ancor oggi fanno carte false per rubare alle donne, alle loro madri, quello che non sono in grado di fare né di capire da soli.
    Il secondo punto è la deriva del patriarcato. Se sostituirci è lo scopo precipuo dei maschi, non possiamo continuare a chiedere a loro i nostri diritti. Quelli che definiamo uomini ‘buoni’, non violenti, dialoganti, non possono essere i nostri difensori, i nostri alleati, perché, per quanto vedano alcune criticità, non sono in grado di descrivere il mondo fuori dalle categorie astratte che ci hanno finora propinato. Se infatti così non fosse non avrebbero inventato il sistema patriarcale, fondato sull’antitesi, non sarebbero organici ad esso, non ne parlerebbero come progresso, mentre diventa sempre più aggressivo e distruttivo anche contro di loro. Non lo penserebbero semplicemente perfezionabile, essendo fondato su categorie ineludibili per la specie, la democrazia, la giustizia, le leggi e il mercato. Insomma il meglio che l’Antropocene possa produrre.
    Se non prendiamo atto di questa verità, non riusciremo a fermarli: nostro figlio si comporta come il nostro peggior nemico.
    Abbiamo finora, coprendo le sue nefandezze, avvalorandole e arruolandoci come docili pecore tra le sue file. Nel lavoro, nel parlamento, e perfino nell’esercito, abbiamo ricavato la complicità nell’uccidere, mandare a morire, svendere i mezzi elementari della sopravvivenza. Cosa abbiamo ricavato dal tentare di ribattere colpo su colpo le loro leggi assassine? Quanto resisterà l’argine alla GPA, alla liberalizzazione delle droghe e delle armi, se queste sono già dilagate tra di noi, nella nostra più totale omertà? Come difendere Laura, e tutte le altre che verranno, da giudici che sicuramente sono uomini ‘buoni’?
    Il salto di qualità necessario è quello di smettere di riconoscere autorità ai maschi, svelare la loro truffa, palesare la loro totale mancanza di credibilità e la loro strutturale incapacità di vedere altro da sé, di capire cosa è la vita per non averla costruita lentamente, faticosamente in miliardi di anni.
    L’unica flebile nostra speranza è ristabilire l’ordine della storia del mondo: affermare con forza che i figli sono delle madri, che i maschi non sono padri, ma sono PRIMA E SOLO figli e che questo è l’unico ruolo che spetta loro.

    Franca Clemente

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    • laboratorio donnae
      1 novembre 2019

      …l’altro salto di qualità è fare i conti con noi stesse che non siamo immortali e non possiamo risolvere tutto. grazie, Franca, a presto. Pina

      "Mi piace"

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Questa voce è stata pubblicata il 29 ottobre 2019 da in appuntamenti, donne, maternità, violenza con tag , , .

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