laboratorio donnae

denunciate, dicono

Il 25 novembre tutti sono contro la violenza sulle donne e tutti sono pronti a dare consigli, alle donne ovviamente: denunciate, denunciate, denunciate, dicono.

Se fossi una donna che subisce violenza, ci penserei due volte prima di denunciare perché, tra varie ed eventuali, il  violento potrebbe non fare neanche un giorno di carcere. E non lo dico io, ma  Piercamillo Davigo in una intervista al Fatto Quotidiano  spiega perché “CHI AMMAZZA IL CONIUGE NON PRENDE 30 ANNI, MA PUÒ SCENDERE A 4″ Io direi chi ammazza LA coniuge.

 “Se uno apre il Codice penale – dice Davigo –  scopre delle cose molto curiose. Per esempio, per l’ omicidio del coniuge sono previsti 30 anni di reclusione. Al che uno pensa che 30 anni siano 30 anni. E invece, se faccio il conto di come può andare in concreto (anche se, per fortuna i giudici hanno un po’ più di cervello di chi fa queste leggi), si può arrivare a 4 anni e 4 mesi. Per esempio, uno ammazza la moglie (o la moglie ammazza il marito, anche se il primo caso è più frequente), confessa, si costituisce e prende subito le attenuanti generiche. Già che confessa, racconta la sua versione dei fatti senza timore di essere smentito e dirà al magistrato: ‘Guardi, mi ha detto una cosa che, se avesse sentito, l’ avrebbe ammazzata anche lei”. E così porta a casa l’ attenuante della provocazione. Quindi risarcisce il danno agli eredi e il giudice è costretto a riconoscergli un’ altra attenuante. Si arriva quindi a tre attenuanti prevalenti sull’ unica aggravante e si va all’ omicidio base, punito con pene da 21 a 24 anni. Di solito chi fa queste cose è incensurato: 21 anni meno un terzo per la prima attenuante: 14. Meno un terzo per la seconda attenuante: 9 anni e 8 mesi. Meno un terzo per la terza attenuante: 6 anni e 6 mesi. Infine, l’ assassino chiede il giudizio abbreviato ed eccoci a 4 anni e 4 mesi”. Sotto i 4 anni, la pena si sconta a casa o ai servizi sociali: se il nostro uomo ha fatto 4 mesi di custodia cautelare ai domiciliari, non va in carcere neppure un giorno.”

Se fossi una donna e madre, sposata con un violento, mi guarderei bene dal denunciare perché l’esperienza di altre donne  racconta il calvario che devono affrontare, quotidianamente e per anni, perché le leggi che dovrebbero tutelare i soggetti a rischio – donne e bambini – si sono rivelate strumenti micidiali nelle mani dei mariti/padri che, in nome della bigenitorialità,  si vendicano delle donne.

Sono stata attenta alle celebrazioni di rito, come ogni anno del resto, sperando in parole meno generiche e più aderenti alla realtà; non costa nulla  dirsi contro la violenza sulle donne, un po’ come dirsi contro la guerra, contro la povertà, contro il degrado dell’ambiente… Parole, belle parole, mentre servono risposte che siano di sollievo a chi sta vivendo nella paura e nella sofferenza, soprattutto è urgente riparare le storture che certe leggi consentono. Mi sarebbe piaciuto vedere le donne che hanno potere, nel senso che possono più di altre,  essere accanto a una sola donna, poteva essere Laura, Ginevra, Imma, Claudia…non importa, ma disposte a sporcarsi le mani con una storia, riconducibile a un percorso di vita in cui tante potevano riconoscersi. Non tutte, ma tante.

I gesti che contano, in politica, sono quelli che costano.

Lo so, c’è amarezza in questo scritto, sento la responsabilità della politica che ho fatto e delle cose in cui ho creduto.  Vorrei che ci fosse una politica delle donne meno ideologica, meno sorda alla sofferenza che abbiamo sotto gli occhi. So anche che ci sono Centri antiviolenza e donne che lavorano con amore per le altre, ma è ancora una fortuna incontrarle. Le tante a cui penso sono sole. E sono quelle con meno strumenti o relazioni che contano

Pina Nuzzo

 

immagine di pina nuzzo, rossocollage

 

Un commento su “denunciate, dicono

  1. giusi ambrosiio
    28 novembre 2019

    Forse denunciare è un primo passo per riacquistare l’autostima e uscire dall’abisso della umiliazione in cui la violenza subita ha fatto sprofondare la donna e la madre.
    Un atto di giustizia a partire da sé, nella riconquista di sé. Un primo piccolo costosissimo passo su un cammino di liberazione irto di ostacoli e a cui le Istituzioni spesso possono offrire timori e delusioni, arretramenti e freni dolorosi.
    Giusi Ambrosio

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Questa voce è stata pubblicata il 26 novembre 2019 da in femminicidio, violenza con tag .

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