laboratorio donnae

Françoise Collin, una voce interrogante

 

In uno degli ultimi appuntamenti di Laboratorio Donnae ho accennato a un saggio di  Françoise Collin –  il pensiero dell’esperienza , sollecitando l’interesse e la curiosità delle presenti.  Ho avuto la fortuna di incontrare Françoise a Lecce, in diverse edizioni della Scuola della Differenza, organizzata da Marisa Forcina. Ascoltarla era un piacere, le sue parole arrivavano con chiarezza, anche se capivo poco il francese e mi dovevo affidare alla traduzione simultanea.  Ma, per chi vuole conoscere il suo pensiero o avere indicazioni bibliografiche,  ho cercato in rete scritti che parlano di lei, filosofe che possono farlo con competenza, come Elena Laurenzi e Marisa Forcina.

Io la voglio ricordare con le parole di Vania Chiurlotto, scritte in sua memoria nel 2012: Altre hanno detto e diranno meglio del suo pensiero filosofico: io voglio che resti il ricordo di una donna riservata e accogliente – affascinata da Otranto dove avrebbe comprato tutte le belle case che vedeva sui bastioni ma assolutamente scettica sulla realtà degli ottocento martiri trucidati dai Turchi  ed esposti in fitte file di crani nella cappella della cattedrale – appassionata dalla bontà dell’olio extravergine di oliva di cui conosceva tutte le varianti italiche, dalla Liguria alla Toscana e naturalmente alla Puglia – disposta a parlare di tutto, soprattutto con ironia di sé e, per esempio, di quella Legion d’Onore che la patria della sua lingua e della sua cultura le aveva attribuito, ma capace di rivendicare sempre puntigliosamente il suo essere prima di tutto belga. Insomma una donna di una grazia così affascinante e comunicativa che persino il mio francese diventava fluido: per quattro giorni all’anno, e soltanto con lei.

Pina Nuzzo

 

Le filosofe e i maestri. Quel che non abbiamo raccontato

di Marisa Forcina

[…] Nel 2005 dedicai una “Scuola Estiva della Differenza” al tema complesso della relazione con l’altro/a in situazioni asimmetriche. In particolare, l’incontro avrebbe dovuto riguardare una relazione non generica, ma quella con l’autorità e voleva fare il punto sulle modalità con cui si incarna il rapporto con colui o colei che riconosciamo e, a volte, disconosciamo come fonte del sapere e dell’agire. In questo tipo di relazione, qualcosa o, meglio, qualcuno o qualcuna, diventa e viene sentito come fonte di vita materiale e spirituale, generatrice a sua volta di un nuovo sapere e di un nuovo fare, nel senso di azione. Ma, a volte, può anche essere paralizzante. Si trattava del rapporto fecondo, ma anche tagliente, con i/le maestre, i padri, le madri; un tema complesso, così come complesso risultò anche il titolo: Tra invidia e gratitudine: la cura e il conflitto (Forcina, 2006). 

La risposta di Françoise Collin

Quando nel 2005 esposi questo percorso a Françoise Collin, lei mi interrogò, come faceva sempre: “E io, che pensi che dovrei dire?”. Le proposi un titolo che riprendeva quei giochi di parole che lei amava molto: “Limiti della cura, cura dei limiti”.

Il titolo rievocava volutamente un suo saggio pubblicato sui Cahiers du Grif, “Ces études qui sont pas tout. Fécondité et limites des études féministes” (Collin, 1992). Il testo della sua relazione alla scuola estiva è stato pubblicato nel volume uscito nel 2006, con il titolo: “Cura e conflitto a proposito di Le Fils dei Fratelli Dardenne” (Collin, 2007).

Nei Cahiers, Collin insisteva sulla necessità per le donne di essere capaci di imporre limiti alla relazione con l’altro, perché questa non si trasformi in possesso. Anche per la Scuola estiva, mi disse che avrebbe distinto tra care, sorgen e souci, al fine di mostrare come questi termini designano un’alternativa alla forma contrattuale della relazione con l’altro, ma anche presentano dei rischi. Infatti se il contratto fissa i limiti dello scambio, la sollecitudine eccede questi limiti e anzi può essere senza limiti, perché non calcola.

Nel chiedersi quale fosse la forma più feconda della relazione con l’altro, il dono incondizionato o il contratto, esplicito o tacito, che fissa i termini dello scambio, Collin quasi esplicitamente sembrava riprodurre la classica contrapposizione tra passione e ragione o tra amore e giustizia così come quella contrapposizione si presenta nella sua urgenza distributiva. In realtà, con uno di quelli scatti inaspettati che la contraddistinguevano, nella sua lezione spostò la questione in avanti, ponendola in un rapporto non teorico con la realtà. La sua conclusione fu che i legami interpersonali hanno bisogno di un qualcosa di più. Il diritto, secondo Françoise, non è ciò che emancipa, ma è ciò che allevia e controlla l’ingiustizia della passione. Ma è anche vero che la passione corregge la rigidità del diritto. Il legame umano si garantisce nella dialettica delicata del diritto e della sollecitudine, del limite e dell’illimitato (Collin, 2007: 55-56). Il diritto, d’altra parte, è solo ciò che consente l’accesso allo spazio pubblico o al riconoscimento di un ruolo. Perché, nel momento in cui l’attività di cura si è ruolizzata, nel momento in cui, come i maestri, le infermiere sono diventate le sole modalità correnti per la cura dell’altro, la sollecitudine si è ridotta a professione e le infermiere diventano la sola risorsa per la fine della vita di coloro che vengono abbandonati dalla propria famiglia.

Collin suggeriva che la soluzione non doveva essere quella di aggiungere o di sostituire la cura con la giustizia o con le garanzie sociali. L’ambiguità del dono e della cura potevano essere risolte nella forma del dialogo inteso, in senso arendtiano, come spazio in cui si afferma la presenza e l’interpellanza permanente dell’altro. La cura, diceva, se trascura i diritti, può diventare una forma sottile di possesso, ma contemporaneamente umanizza i limiti della giustizia e del diritto. Tra il limite e l’illimitato, tra la ragione e la passione, tra giustizia e dono e, potremmo aggiungere, tra le filosofe e i maestri non c’è gerarchia, perché l’uno corregge l’altro, l’uno permette l’altro. […] LEGGI TUTTO

 

Dimorare nella perplessità

di Elena Laurenzi

[…] La lettura dei saggi di Françoise Collin innesca un confronto serrato tra la parola e l’esperienza: l’esperienza dell’autrice, che nutre e sostanzia il suo scrivere, e quella della lettrice, che dal testo viene provocata a ripensare le proprie persuasioni e acquisizioni, o confortata nei propri dubbi e perplessità. La voce di Françoise Collin, quella che imprime il timbro inconfondibile alla sua scrittura, è una voce interrogante. Ed è come se le sue domande aprissero uno spazio libero, il luogo di un dialogo privilegiato in cui ci sentiamo a un tempo pungolate e sostenute dalla sua intelligenza. La frequentazione del suo pensiero richiede l’attivazione della nostra stessa capacità di interrogare, di porre questioni: è un invito alla riflessione, all’avventura, all’esplorazione. «Da parte mia, io cerco di pensare e di muovermi nel pensiero, piuttosto che aderire a un campo ideologico» – dichiarava in un’intervista a Irene Kaufer. 1 Ma questa libertà di movimento, questo suo andare indipendente per il pensiero non impedì il suo impegno generoso e perseverante nel femminismo; creava anzi una tensione fruttuosa da cui entrambe le attività – quella solitaria della scrittura e quella dell’agire condiviso – erano sostenute. Il suo lavoro intellettuale fu anche un agire politico, un contributo alla costruzione del mondo comune, e la sua riflessione filosofica era tenacemente orientata a operare quella trasformazione del simbolico e quella sovversione dell’ordine del senso che lei considerava un obiettivo centrale e prioritario del movimento delle donne. […] LEGGI TUTTO

 

La storia del non memorabile  

di Elena Laurenzi

[…] Collin invita a considerare se, limitandoci alle componenti “rimarchevoli” dell’eredità delle nostre antenate, non rischiamo di approfondire la distanza tra le donne «chiamate femministe perché sono agenti di cambio» e la gran massa di quelle senza nome, che non hanno operato nulla di sensazionale: le donne (come anche alcuni uomini) che appaiono «destinate alla semplice ripetizione, al semplice esercizio della vita», ma che possono essere e di fatto sono agenti di trasformazione e di sperimentazione e spesso motori di un cambiamento più profondo e sostanziale di quello effettuato attraverso l’intervento nella sfera pubblica. Collin osserva che agire e potere non s’identificano, e che le donne che acquistano una visibilità e una notorietà – le politiche, le scrittrici e artiste, le intellettuali – lo devono agli «innumerevoli spostamenti anonimi effettuati alle svolte più infime della vita pubblica e privata». Sulla scia di queste considerazioni, la pensatrice belga prende le distanze anche da una filosofa che pure sente affine: Hannah Arendt.

Arendt infatti concepisce la politica come lo spazio in cui gli esseri umani intervengono nel mondo attraverso la parola e l’azione, e distingue nettamente l’azione (per il suo carattere innovatore, che suppone l’irruzione del nuovo) dal gesto compiuto nell’ambito del lavoro e della vita domestica. Collin mette in dubbio questa distinzione, che a suo parere elude la considerazione del valore anche politico di quel tipo di gesto che non si tramuta in azione ma «si esaurisce nella sua gloria di gesto»: del gesto che non lascia una marca, essendo dell’ordine di ciò che si dona, si dissipa, si dissemina.

E in riferimento all’insistenza del femminismo contemporaneo sul recupero genealogico di figure di grandi donne (scrittrici, artiste, attiviste, rivoluzionarie, guerriere o guerrigliere…) spesso in opposizione all’eredità delle madri biologiche sentita come mortificante e oppressiva, la pensatrice belga si domanda: […] dovremmo allora scartare dalla nostra eredità l’immensa massa delle donne mute, comprese le nostre proprie madri, per trattenere solo ciò che in esse “si è manifestato attraverso la parola e l’azione”, come se il resto non fosse che il residuo vergognoso dell’umiliazione secolare? […]

Se pretendiamo di costruirci una genealogia siffatta, rischiamo di trascurare la fronda dell’albero (dove cantarono gli uccelli) per ritenere solo i rami.  Rifiuteremmo il grande clamore silenzioso, se pretendessimo di far ascoltare solo le voci. […]  LEGGI TUTTO

 

 

 

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 28 novembre 2019 da in donne, femminismo, filosofia, politica con tag , , .

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