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«La violenza sulle donne si sposta sull’affidamento dei figli»

 

Pubblico l’intervista del Messaggero di Vanna Ugolini a  Giovanna Fava per l’estrema chiarezza e per condividerla con chi non l’ha letta. Pina Nuzzo

Giovanna Fava è una avvocata ed è una sopravvissuta. E’ sopravvissuta, una strage messa in atto per impedire a una donna, la sua cliente, di separarsi, per fermarla proprio un momento prima che potesse ricominciare a vivere.

«Non ho sentito dolore ma ho visto i fili della sciarpa penzolare scomposti ed il sangue uscire dalla spalla e macchiare i fascicoli che tenevo davanti a me, sul petto». Intorno, il silenzio, irreale, rotto solo dagli spari. E’ il 17 ottobre del 2007 e nei corridoi del tribunale di Reggio Emilia cadono a terra, colpiti dalle pallottole sparate da due diverse pistole una donna, Vijosa,  suo fratello e poi l’assassino. Fermato per sempre dalla pistola di un carabiniere proprio mentre stava per finire l’avvocata che era ferita ma ancora viva.

«La cosa più difficile non è stato affrontare quello che mi era accaduto ma continuare a condurre la vita di prima nonostante quello». Quella tragedia avrebbe potuto far deviare completamente la vita dell’avvocata Fava. Lei ha scelto di continuare a guardarla in faccia la vita. E, anzi, a impegnarsi ancora di più, non abbassando mai gli occhi.

Lei ha vissuto in prima persona la violenza contro le donne. Quali ritiene siano i cambiamenti che più hanno tutelato le vittime?

«A Reggio Emilia il metaldetector all’ingresso del Tribunale è stato messo dopo la strage avvenuta il 17 ottobre 2007 all’interno del Tribunale, nell’aula 6. La mia cliente Vjosa venne uccisa a bruciapelo in quell’aula: l’assassino era certo che in quel contesto sarebbe riuscito nel suo intento, era un anno che lei era in protezione e che lui la minacciava di morte. Tuttavia anche il metaldetector, pur costituendo un buon filtro, non è una garanzia assoluta, come dimostra l’uccisione del collega Lorenzo Alberto Claris Appiani, pure avvenuta in un’aula del Tribunale di Milano, dotato di metaldetector. I cambiamenti più importanti degli ultimi anni sono che l’attenzione sulla violenza maschile nei confronti delle donne si è fatta più forte e più articolata, estendendo il disdegno a tante condotte che comprendono la diffusione di immagini, l’uso di parole inadeguate, maschiliste e giustificatrici, in uno sforzo di cambiamento culturale. Hanno dato buona prova di sé  in funzione preventiva, ove applicati, gli ordini di protezione in sede civile e gli ammonimenti del Questore».

In agosto è entrata in vigore la legge battezzata “Codice Rosso”. Che ne pensa?

«E’ presto per fare un bilancio. Ogni modifica legislativa può essere più o meno valida a seconda di come viene applicata. Diciamo che in linea generale non mi affascinano i provvedimenti che si focalizzano sugli aggravamenti di pena in quanto l’entità della pena non ha avuto per il femminicidio, efficacia deterrente. Inoltre non mi è piaciuta la dichiarazione resa dalla ministra Buongiorno al momento dell’approvazione della legge e dell’introduzione dell’obbligo di sentire la donna nei tre giorni successivi al fatto  ” Così si capisce se si ha a che fare con un’isterica o con una donna in pericolo di vita”. La dichiarazione pare più pensata a tutela dei violenti e insinua il dubbio delle false denunce. Le vittime hanno necessità di tutela per cui ove l’intervento immediato porti all’applicazione di misure di sicurezza certamente va apprezzato, ove invece si limiti ad attivare un procedimento penale, senza che la donna sia contestualmente messa in sicurezza, può essere del tutto controproducente».

Nel 2018 i femminicidi sono aumentati.  Secondo lei quali sono le carenze maggiori nel sistema di prevenzione e tutela?

«Sono i dati statistici a darci un quadro desolante del livello di civiltà del nostro Paese: la violenza maschile sulle donne non conosce età e latitudine. Gli ultimi dati evidenziano l’abbassamento dell’età di vittime e carnefici, se prima la fascia di età più colpita riguardava le donne dai 30 ai 45 anni di età, ora riguarda le ragazze, che subiscono  scene di gelosia per il loro abbigliamento, controllate nei cellulari, aggredite per futili motivi ed anche picchiate. La cultura anche giuridica, che fino a pochi decenni fa vedeva il matrimonio indissolubile e l’uomo capo della famiglia quale  unico titolare di poteri (patria potestà e potestà maritale sono termini che da soli dicono tutto), ha di fatto legittimato in molti uomini l’idea del possesso nei confronti della propria compagna. Occorre cambiare la narrazione, dare alla condotta di violenza il suo nome “femminicidio”, anche cercare spiegazioni ad una condotta violenta altera la realtà».

Parliamo delle conseguenze che un femminicidio ha nelle vite della persona uccisa: i figli che diventano “orfani speciali” …

«Le orfani e gli orfani di feminicidio così come le famiglie della vittima e dell’assassino non devono essere lasciate sole: non si tratta solo di individuare forme di sostegno economico, ma anche di essere aiutate a rielaborare il lutto per quanto accaduto, superare i sensi di colpa e riprogettare il futuro. Certo l’aspetto economico è importante come dimostra la notizia di questi giorni dove l’Inps ha avanzato una richiesta di risarcimento danni di 124mila euro alle eredi di una coppia dove la madre è stata uccisa dal padre poi suicidatosi. E’ dovuto intervenire il Presidente della Repubblica per garantire che alle orfane e alle famiglie non verrà richiesto il risarcimento. Questo però deve farci ulteriormente riflettere sui “costi economici” della violenza maschile sulle donne e la loro ricaduta su tutta la collettività».

Pochi giorni fa un consigliere comunale di Casalecchio di Reno ha sostenuto provocatoriamente che il 90 per cento delle denunce per maltrattamenti e violenza è falso. E’ così esteso il fenomeno delle false denunce?

«Sono iscritta all’albo degli avvocati dal 1981, in 40 anni di attività ho ascoltato ed assistito molte donne vittime di violenza: la maggioranza di loro, pur consapevole della violenza subita, ha scelto di non denunciare, ritengo quindi che il problema ancora una volta sia quello delle violenze che non emergono non quello di false denunce. Peraltro il nostro ordinamento ha apprestato uno specifico strumento per punirle che è il reato di calunnia».

L’affido dei figli nelle coppie separate  dove la madre è vittima di violenza: assistiamo sempre più spesso alla decisione dei tribunali che permettono ai bambini di trascorrere molto tempo con il padre e cui a volte vengono addirittura affidati. Perché? Su quali basi vengono prese queste decisioni?

«Quello dei figli è l’ambito su cui oggi si sta giocando la vera partita della violenza maschile sulle donne. La legge n.54 del 2006, che ha introdotto l’affidamento condiviso dei figli come regola, non ha tenuto conto della violenza agita in famiglia né della ricaduta che ha nella formazione e nel benessere dei figli che la subiscono, spesso come impotenti spettatori. La Convenzione di Istanbul, che l’Italia ha sottoscritto, impone agli Stati di adottare le misure necessarie per garantire che, al momento di determinare i diritti di custodia e di visita dei figli, siano presi in considerazione gli episodi di violenza che rientrano nel campo di applicazione della Convenzione oltre a garantire che l’esercizio dei diritti di visita o di custodia dei figli non comprometta i diritti e la sicurezza della vittima o dei bambini.  Eppure Federico Mbarak è stato ucciso dal padre nel corso di un incontro protetto, la piccola Gloria uccisa a coltellate dopo che il padre l’aveva prelevata, mentre viveva in protezione con la madre.

La legge 119/2013 ha introdotto nel nostro ordinamento l’obbligo per il Pubblico Ministero, quando si procede  per i reati di violenza sessuale, maltrattamenti in famiglia o atti persecutori, commessi a danno di un minorenne o da un genitore a danno dell’altro di darne comunicazione al Tribunale per i Minorenni, anche ai fini dell’adozione dei provvedimenti relativi all’affidamento e alle limitazioni della responsabilità genitoriale. Tuttavia nei Tribunali ordinari la violenza intrafamiliare, ove non sia sfociata in una condanna definitiva,  non viene presa in esame ai fini dell’affido in quanto si dà prevalenza alla bigenitorialità e all’interesse del minore a “beneficiare” di entrambi i genitori».

Che conseguenze hanno queste decisioni?

«Questa “postura” è stata fatta propria da Ctu, psicologi, assistenti sociali e Giudici e sta portando a conseguenze aberranti: donne che per sottrarsi alla violenza fisica ed economica agita dal partner si sono trasferite dai propri genitori in altra città con il figlio piccolissimo si sono viste giudicate male “per avere allontanato il bambino dal padre” e, indipendentemente dalle ragioni che lo hanno motivato, costrette a ritornare con il bambino nella città dove abita il padre o, in caso negativo, subire la modifica della collocazione ovvero il bambino di pochi anni collocato presso il padre. La “cultura” dell’alienazione parentale, che ritiene che quando le donne o gli stessi bambini si oppongono ai rapporti con il genitore violento, sia sempre dovuto ad un lavaggio del cervello fatto dalle madri e che, in quanto tale vada “curata” con il cambio di collocazione sta mietendo numerose vittime innocenti».

10 dicembre 2019

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Questa voce è stata pubblicata il 11 dicembre 2019 da in figli, maternità, violenza con tag .

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