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il coraggio a cui aspiriamo


Laboratorio Donnae, 8 marzo 2020

Il testo che presentiamo ha avuto una lunga gestazione in diversi incontri di Laboratorio Donnae; ad un certo punto, abbiamo avvertito il bisogno di riannodare alcuni fili che rimanevano sospesi tra il detto e il non detto, tra le asserzioni di principio e il radicamento delle nostre esperienze. Abbiamo, per questo, perseguito il desiderio di uno scritto collettivo; la sfida è stata trovare un modo per farlo, valorizzando lo scambio avvenuto, in un luogo politico separato, tra noi che ci firmiamo e con quelle che hanno scelto di non firmare per ragioni personali.

Il coraggio a cui aspiriamo

Il femminismo non è un percorso già dato e immutabile ma un’esperienza che si rinnova nel tempo, che cresce attraverso il contagio e l’avvicendamento di donne, libere di agire nei contesti che cambiano. Discostarsi, non solo è possibile, è perfino doveroso per non incorrere nella ripetizione meccanica, nella mimesi di ciò che è stato. Partiamo da questa considerazione per immaginare la politica che vogliamo fare e per costruire strategicamente le vie che ci conducono agli obiettivi che individuiamo, di volta in volta, dai più immediati a quelli a lungo termine.

“Pensare non è soltanto rendere conto: è sempre anche e soprattutto giudicare e immaginare”. (1)

Immaginare significa anche potersi guardare, per questo è necessario predisporre luoghi e situazioni in cui parlare liberamente di noi tra noi e favorire il partire da sé, adesso, con le donne di questo tempo. Per le donne della generazione precedente il  partire da sé ha richiesto un processo lungo e coraggioso, ha voluto dire ricongiungere la parola all’esperienza e su questa pratica sono nate relazioni e si sono costruiti spazi politici. Tutte erano responsabili, degli spazi e delle parole.

Questo è il coraggio a cui aspiriamo.

E’ frequente, in questo tempo,  che si prenda la parola con facilità perché si è più colte e più istruite, perché il femminismo è diventato una tematica, materia di studio. Sempre più spesso negli spazi politici delle donne un eccesso di parole rivela lo scarto tra come una donna si rappresenta e la sua reale esperienza. Il rischio è non saper più distinguere cosa è personale e quindi politico e cosa è privato ed è bene che rimanga tale. Intrecciare i fili per una storia collettiva è fatica, ma è un modo per imparare a fare politica andando oltre una generica presa di parola slegata dall’esperienza.

Solo così si riesce a demistificare un linguaggio sempre più diffuso -tra donne impegnate politicamente e in luoghi misti – che attinge al femminismo creando confusione. Tutto è iniziato un po’ di anni fa, per alcune già intorno al 2010, quando una parte del femminismo ha pensato di poter rimediare ai disastri della politica dei partiti, spendendo il sapere accumulato attraverso le pratiche del femminismo, per altre intorno al 2016 quando un’altra parte del  femminismo che si presentava – e si presenta –  aperta ed inclusiva, ha precluso ogni forma di confronto su argomenti che ha giudicato ‘escludenti’, escludendo a sua volta molte donne, mentre includeva uomini in carne e ossa e simbolicamente.

Il conflitto che non siamo state in grado di agire è indice di debolezza: negare o sottrarre il conflitto significa disconoscere l’altra come soggetto e quindi svalorizzare anche se stesse, significa comportarsi in modo analogo al patriarcato che non apre conflitti con noi, neanche politici, ma ci dichiara guerra. Perché in una guerra le donne diventano più facilmente vittime. O soggetti deboli bisognosi di tutela.

Tutto il dibattito interno a diversi luoghi del femminismo, sulla rappresentazione della donna ‘vittima’ o ‘testimone’ di violenza e di altri soprusi, si risolve se accettiamo il conflitto come un aspetto delle relazioni umane.

Abbiamo esempi, in questa fase storica e politica, di donne che  si sottraggono allo statuto di vittime rispondendo da soggetti agli atti di guerra maschili: donne che aprono conflitti con azioni politiche mirate. Donne e cittadine.

Pensiamo alle madri che si sono organizzate per contrastare una legge dello Stato che si è rivelata uno strumento micidiale nelle mani dei mariti/padri che, in nome della bigenitorialità, sostenuti dalle istituzioni, si vendicano delle donne.

Pensiamo alle donne che si sono sottratte allo “stupro a pagamento”, come ci ha insegnato a dire Rachel Moran. Il libro di  Rachel segna un prima e un dopo nella rappresentazione, anche introiettata, della prostituzione, non solo per quello che mostra della sua vita, ma per la consapevolezza del percorso politico che ha intrapreso, a “partire da sé”.  Questo ne fa la donna che è diventata, la  donna che è oggi. Un soggetto politico con una visione e con un progetto, semplice e chiaro: aiutare altre donne a uscire dalla prostituzione. Coinvolgendo sopravvissute, femministe, pensatrici, giornaliste, avvocate, ecc., insieme in un ruolo politico attivo. Attiviste che configurano un movimento inedito, composito, che supera i confini nazionali ed europei, capace di misurarsi con  istituzioni o con associazioni miste, spesso ostili all’abolizionismo,  senza rinunciare alla radicalità del pensiero e dell’azione politica.

Le madri e le prostitute sono figure iconiche del patriarcato, ma queste madri e queste sopravvissute alla prostituzione, rompono con la rappresentazione che le vuole figure oblative o di servizio e svelano gli inganni del patriarcato globalizzato.

Affrontare il problema della prostituzione pone nodi teorici, filosofici e metodologici, ma anche di natura politica. Inoltre, il commercio sessuale, almeno a livello simbolico, è un fenomeno sociale totalizzante, che apre alla possibilità di comprensione di altre relazioni sociali. È un prisma attraverso il quale si ottiene un’immagine del funzionamento culturale e rivela le sue contraddizioni, paure e tabù.  La prostituzione non è un fenomeno isolato, ma l’emblema visibile della situazione generale delle donne all’interno di una società o della situazione di determinati gruppi di donne, all’interno della società globale.

La prostituzione è la conseguenza dell’alienazione e della subordinazione sessuale delle donne e del rapporto di forza squilibrato tra i sessi. Il fenomeno della prostituzione può essere compreso solo analizzando il concetto di patriarcato e quello della stratificazione sociale (classi sociali).

La mercificazione sessuata riproduttiva e sessuale delle donne e della materia vivente norma le relazioni tra uomini e donne, ne costituisce la qualità intrinseca poiché ne riproduce le gerarchie. Sarebbe necessario raccogliere e migliorare la dimensione positiva e alternativa che la globalizzazione offre, come spazio per l’incontro e l’intercomunicazione umana, oltre i mercati e il capitale (questa è una delle proposte dei nuovi movimenti sociali).

La frantumazione del corpo umano in parti che si possono mettere sul mercato, convalida la mercificazione della maternità; si può affittare l’utero di una donna, comprare il tempo della gestazione, mettere al mondo bambini che possono essere venduti e comprati, più o meno legalmente.

Superare la diffidenza femminile verso il potere, in tutte le sue forme, può essere di contrasto ad un sistema che ci “vulnerabilizza” tanto quanto ci lusinga circa la nostra forza e possibilità di potere: mentre ci dice che possiamo fare, dire, testimoniare, ecc., ci sottrae spazi, ci toglie la parola, non ci crede, ci “rivittimizza”, ci sfrutta, ci umilia, esponendoci alla violenza o alla minaccia reale di essa.

Ragionando su tutto questo siamo inciampate su una parola: “sacro”.

Una parola che, nella cultura greco-romana, è legata al concetto di “maledizione” e designava la separazione, veniva maledetto o separato dalla comunità chi compiva azioni esecrande perché queste azioni riempivano il soggetto di significati negativi.

La tradizione voleva che tali soggetti venissero allontanati dal consesso civile.

Successivamente, l’avvento della cultura cristiana (contro il paganesimo), ha trasformato il significato del termine, dandogli anche una connotazione positiva, cioè qualcosa che è carica di significati positivi, appunto la divinità. Ma a causa di ciò, va tenuta a distanza: l’umanità non può fraternizzare con la divinità, tantomeno trattare la divinità in modo paritario.

Questa parola oggi fa problema perché declinata dalle religioni e, le religioni, l’hanno sempre usata per rafforzare il ruolo del padre, del sacerdote, dello stregone. Contro di noi.

Eppure sentiamo che dobbiamo riappropriarci di questa parola, restituire al sacro la sua parte femminile, la potenza che ci è stata sottratta.

Il femminismo delle origini ha contrastato il femminile imposto alle donne dai padri e dai preti perché ogni donna fosse libera di vivere secondo il proprio desiderio. Per questo abbiamo lottato e conquistato leggi per cambiare i costumi e i rapporti di forza tra uomini e donne.  Siamo rimaste ancorate, tra alti e bassi, con i limiti e i vantaggi dei cambiamenti avvenuti, alla politica delle donne  perché non si è libere da sole, ma in relazione. E perché la libertà non può mai prescindere dal corpo/dai corpi. Forse dovremmo cominciare a parlare di “corpus” della libertà, nel senso che non c’è conoscenza ed esperienza che possa prescindere dal corpo, senza il corpo che fa esperienza di sapere e di pensiero abbiamo solo ideologia, ossia sviluppo logico di un’idea.

Nell’idea dell’interezza c’è per noi il  senso del sacro.  

La trasformazione dell’esistenza delle donne implica necessariamente la trasformazione delle nostre relazioni con il mondo, e la trasformazione di questo stesso mondo attraverso un costante dibattito teorico e pratico con tutte le sue articolazioni.  Ecco, allora, che ci teniamo per mano con chi ci ha precedute e con le studentesse dell’Accademia di Belle Arti di Napoli che oggi gridano: È SUCCESSO A ME E NON DEVE SUCCEDERE A TE!  Le parole d’ordine delle studentesse sono in continuità con gli slogan che punteggiano la storia del femminismo:  “chi offende una donna offende tutte”, “per ogni donna offesa siamo tutte parte lesa”,  “è successo anche a me”, “si, io ti credo”, “se toccano una, rispondiamo tutte”. Per arrivare all’assunzione di responsabilità: farò attivamente in modo che quello che è successo a me in quanto donna, non succeda anche a te.

Ci teniamo per mano per la semplice ragione che non vogliamo perderci e abbiamo fiducia nelle donne e nella differenza del pensiero che non sempre è riconducibile al femminismo, ma c’è grazie al femminismo.

Pina Nuzzo, Maddalena Celano, Rita Ricciardelli, Elena Morroni, Sabina Izzo, Chiara Carpita, Silvana Casellato, Maria Teresa Pellegrini Raho, Cinzia Varone, Maria Concetta Petrollo, Cecilia Alagna, Roberta Cordaro, Marilena Zirotti, Martina Rossi, Claudia Cortopassi (Dinha), Cinzia Zani, Tonia Sasso, Antonella Cera, Valentina Iamotti, Marilisa Colamonaco, Mariarita Galentino, Veronica Tamborini, Daniela Sini, Fabiana Sacco, Ilaria Mancino, Eleonora Santilli, Resistenza Femminista, Francesca Maria Pacifico, Elena Sargeni (Lupe Acacia), Imma Cusmai, Tiziana Friggione, Giovanna Nastasi, Lidia Pagnini, Giulia Cavicchia, Antonella  Lombardo, Daniela Danna, Associazione Iroko onlus, Beatrice Carli, Rachel Moran, Sara C., Benedetta De Nicola, Arianna di Vitto, Alessandra Servidori, Anna Basevi

 

 

 

Alle donne che hanno firmato il documento, a chi vorrà farlo in futuro e a chi ci segue.

Quando potremo, ci daremo un appuntamento, ci guarderemo in faccia e parleremo a noi di noi. Nell’attesa si può dialogare con il documento con uno scritto, un commento, un suggerimento che verrà pubblicato su Laboratorio Donnae. Sono benvenuti anche i contributi di chi non firma, ma desidera interloquire. In questo modo cominciamo a costruire una traccia collettiva. Chi vuole firmare o contribuire può farlo SOLO scrivendo a laboratoriodonnae@gmail.com.

Laboratorio Donnae non è un contenitore vuoto da riempire, ma un luogo politico con una pratica di cui mi sono fatta promotrice e garante, pratica nominata fin dalle sue origini.

Pina Nuzzo

 

 

immagine: Mary-Elisabeth-Edelson 1973

15 commenti su “il coraggio a cui aspiriamo

  1. Roberta Cordaro
    4 marzo 2020

    Assolutamente sottoscrivo. E vi ringrazio per averci regalato il vostro tempo che ultimamente è davvero il dono più prezioso di tutti. Insieme, per una rappresentanza femminile spontanea.

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  2. Marilena Zirotti
    5 marzo 2020

    Io sottoscrivo. E’ un buon punto fermo delle lotte portate avanti in questi anni. Grazie per il vostro lavoro.

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  3. Tonia Sasso
    5 marzo 2020

    Sottoscrivo. Una giusta lotta

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  4. Spiral Red Earth
    5 marzo 2020

    Condivido questo documento che mi pare indicare dei punti importanti, anche sul lato spirituale. Grazie per il tuo lavoro Pina e per quello che stai-state portando avanti come Laboratorio Donnae.

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  5. Pingback: il mio femminismo è donna e ha il corpo di donna | laboratorio donnae

  6. Antonietta Lelario
    7 marzo 2020

    Io ho apprezzato molto, anche perché si connette al lavoro politico fatto al circolo La merlettaia di Foggia in particolare negli ultimi anni con la riflessione sull’infinito e sull’unitarietà del corpo (incontri con Antonietta Potente, Chiara Zamboni, lettera di Rosaria Campanella, le ultime mail art). Ho condiviso anche il tono e lo spessore del linguaggio e lo sto facendo circolare. Un bacio a tutte e buon 8 marzo, anche se da lontano

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  7. Ilaria Mancino
    8 marzo 2020

    Concordo con questo lavoro e sottoscrivo. Il coraggio cui aspiriamo è la nostra rivoluzione permanente intima e sociale verso un processo evolutivo che trasforma i paradigmi di convivenza nel l’umanità. Grazie

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  8. Pingback: “…nell’arco di 13 lune” | laboratorio donnae

  9. Tiziana Friggione
    13 marzo 2020

    Sottoscrivo anch’io il testo.
    Grazie

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  10. Giulia Cavicchia
    13 marzo 2020

    Bellissimo testo, sottoscrivo

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  11. Pingback: incontriamoci su Skype | laboratorio donnae

  12. Benedetta De Nicola
    3 aprile 2020

    Ho letto questo documento segnando alcune parti significative per me.
    Il mio commento vuole essere di natura culturale: sono molto contenta di aver potuto leggere e aprire delle porte che non necessariamente avevo aperto. Sento di poter ampliare il mio range di comprensione.
    Quindi grazie.

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  13. Pingback: se è andata così, non significa che andrà così | laboratorio donnae

  14. Arianna di Vitto
    29 maggio 2020

    Ciao Pina. Nonostante siano passati più di due mesi dall’8 marzo, sottoscrivo questo bel testo, nel quale mi ritrovo. Grazie e spero di rivederti presto.

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  15. Mirtella Taloni
    2 giugno 2020

    Condivido tutto

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Questa voce è stata pubblicata il 4 marzo 2020 da in 8 marzo, femminismo, laboratorio.

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