laboratorio donnae

fine di un anno e politica della cura

di Giusi Ambrosio

Durante questo triste anno, appena terminato, paure arcaiche e ansie moderne si sono intrecciate nel sentimento della precarietà delle singole vite e della incertezza per l’intera umanità. Che il potere dell’invisibile si imponga devastando le modalità del vivere, mettendo in ginocchio sistemi economici, imponendosi alle organizzazioni sociali e politiche, dettando i tempi alla politica dei governi, genera uno sgomento indefinibile.  Confusione e sgomento per il dilagare di un virus che replica sé stesso e si espande insinuandosi nelle nostre inquietudini e insicurezze evidenti. Si dimenticano tutte le altre morti, le guerre esistenti, le antiche e endemiche morti di miseria e di fame, le violenze sui corpi delle donne, gli stupri e le stragi e ci si trova inermi dinanzi al diffondersi subdolo del potere invisibile di un virus che nell’economia globale attraversa l’intero pianeta, mette in ginocchio tutti i sistemi, le organizzazioni, le stesse modalità di relazione possibile nei minimi ambiti della vita personale e in quelli più ampi della collettività.

La vita di tutti e di tutte è in ostaggio, sospesa tra la paura del rischio e la necessità della cura. Lontananza e vicinanza si rappresentano nella trasformazione delle immagini e delle rappresentazioni della sicurezza possibile; un paesaggio umano e sociale che si narra come prendere le distanze, mantenere le distanze, riconoscere l’ausilio delle mascherine nei rapporti comuni e gli strumenti di protezione quali caschi, tute, visiere, stivali, guanti nel mondo del lavoro sanitario e ospedaliero. Immagini spaziali rappresentano l’agire in contesti di terapia intensiva, letti in corsia, tubi e respiratori artificiali, bombole di ossigeno, scomparsa delle singole individualità.

Se una esperienza devastante quale quella della pandemia che stiamo vivendo deve avere un esito nella ricostituzione del senso del vivere per la specie umana su questo pianeta forse è necessaria una nuova filosofia politica. Ma una filosofia politica che interroghi le esperienze, a partire dalla possibile differenza che nella percezione della realtà hanno i corpi diversi, le menti diverse, generi e generazioni differenti.

Se il confinamento dei primi mesi della pandemia ha avuto una evidenza, certamente la condizione di genere e la condizione generazionale ne hanno rappresentato i fattori e le coordinate del rischio possibile. Ognuno, ognuna ha sofferto in modo specifico in base al genere e all’età. L’universale sempre si frantuma nella diversità. La reclusione per le donne vittime di violenza domestica costrette negli spazi con il maltrattante e impedite finanche a telefonare per chiedere aiuto; i ragazzi e le ragazze nella separazione dei corpi e ostacolati nelle emozioni d’amore; i vecchi e le vecchie sempre più svuotate di senso e di parole.

Se gli avvenimenti sanitari interrogano la scienza e se la medicina chiama in soccorso ricerca, tecnologie, chimica, farmaceutica, quali interrogativi si pongono per la filosofia e la politica? Possibile trarre qualche insegnamento da quanto accade e costituire una politica della cura come derivante dalla pratica del mettere al mondo?

Una filosofia della cura che superi nella interpretazione quella ritenuta propria della subalternità femminile, come prolungamento della funzione della riproduzione della vita e conservazione della specie: dimensione di insignificanza filosofica, ove la cultura della morte ha maggior attenzione della cultura della nascita.

La pratica della cura che impegna medici e infermieri, mediche e infermiere, ma anche tanti e tante nella ricerca immunologica, nella farmaceutica, nella strumentazione, pone l’interrogativo culturale sul senso della cura per estenderlo alla difesa dell’ambiente, all’igiene delle abitazioni, all’igiene e alla pulizia dei corpi, alla alimentazione di una umanità in cammino, alla migliore attenzione ai bambini e alle bambine con la somministrazione di un cibo sano e non adulterato.

Nella dimensione del pensiero e nella esposizione dei corpi, l’esperienza di genere interroga il senso, il senso del nostro essere al mondo. Una esperienza che insegni a mutare le chiuse individualità, a porre la conoscenza come base dalle relazioni, e le relazioni come forme costituenti di ogni individualità.

Veramente sconcertante il verificare che in questi mesi trascorsi non si è fermata la violenza maschile sulle donne e sui bambini, sulle bambine, ma anzi si è avuta una esplosione nelle forme estreme della crudeltà con l’uccisione dei figli e delle figlie da parte dei padri con il solo feroce intento di colpire, annientare la donna, uccidere la madre. Il rapporto violento esprime una frattura nel senso dell’appartenenza e un perverso istinto alla sopraffazione del vivente, la negazione della vita nella sua origine materna.

Appare evidente una divaricazione culturale tra progresso e impegno nel campo dei saperi scientifici, nella tensione per la conoscenza e protezione del vivente in campo sanitario, e la diffusa estraneità politica contro l’esplosione della violenza maschile. Come si tollerano le guerre così appare orizzonte immutabile quello della violenza maschile sulle donne e sui bambini e le bambine. Un sistema patriarcale inclusivo che si avvale della omertà come sistema di mafia.

Nel senso dell’origine dalla madre e dall’avere sperimentato la prima accoglienza nel corpo di donna, l’essere al mondo per il nutrimento e le cure ricevute dalla madre potrebbe porre le basi di un diverso modo di vivere nell’intreccio tra natura e cultura. Una filosofia politica in cui il prendersi cura del mondo della natura significa prendersi cura della condizione di vita umana, con la opportuna necessità di mettere a confronto sistema delle paure e sistema della conoscenza, individualismo e responsabilità, smarrimento religioso e fondamento della comunità.

Relazione con il mondo della natura con la consapevolezza di esserne una infinitesima parte e relazione con la specie umana divenuta comunità umana con la consapevolezza di derivarne, averne fondamento come cittadini e cittadine. Nella esigenza di una protezione individuale e responsabilità solidale si definisce il sentimento dell’essere parte di una collettività e un invito a una riconquista del sentimento di cittadinanza. Nella affermazione filosofica della comunità come fondamento esistenziale si potrebbe riconoscere la forma dell’origine e del vivere della specie umana su questo pianeta. Così come il riconoscimento dall’essere al mondo per un corpo e una mente di donna potrebbe fondare la filosofia della nascita, la politica della cura, una nuova filosofia dell’esperienza.

Filosofia della nascita e politica della cura.

Una filosofia politica in cui il prendersi cura del mondo della natura significa prendersi cura della condizione di vita umana e che nella dimensione della comunità riconosca l’origine e la finalità del vivere per la specie umana su questo pianeta.

Come nel reciproco riconoscimento di nati da donna riconoscere il fondamento del vivere in relazione tra esseri umani e il senso del rapporto tra generi e generazioni.

 

immagine di Pina Nuzzo, fuoco, olio su tela, cm 80×100, 1998

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Questa voce è stata pubblicata il 11 gennaio 2021 da in cura, filosofia, politica con tag .

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