laboratorio donnae

presentazione 3° appuntamento Donnae


Un anno fa, io

Un anno fa è nato Laboratorio Donnae, inizialmente su un mio desiderio: mantenere il confronto con alcune donne conosciute in tanti anni di attività politica, senza dover necessariamente fondare un’associazione. Mi soffermo su questo punto perché  mi viene chiesto spesso per quale ragione Laboratorio Donnae non è un’associazione. Non ho ritenuto opportuno fondarne una per diversi motivi: perché ho già un’esperienza lunga e ininterrotta – quarant’anni – di vita associativa; perché molte delle donne con cui voglio mantenere un rapporto fanno già parte di un’associazione. Moltiplicare le appartenenze non serve.

Inoltre in questa  fase della mia vita –  più che in altre – faccio politica guardando a quelle donne che in  rete e nella vita promuovono azioni “naturalmente” segnate dal femminismo,  eppure non sono riconducibili a nessuna scuola o teoria politica. Questo mi sollecita a ripensarmi a mettermi in gioco – qui e ora – con un corpo e con un’esperienza che sono solo il mio corpo, la mia esperienza. Tengo ancora a precisare che in tutta la mia storia politica ho sempre evitato la stupidità e l’automatismo degli schieramenti e quindi di pronunciarmi  su questioni di parte, su candidature, su risultati elettorali; non perché io non abbia idee o preferenze, ma la mia dimensione pubblica è caratterizzata dall’essere una donna che fa politica delle donne con tutte le donne. Quando in rete – o altrove –  i discorsi prendono una piega dove sembra che si parli di donne, ma in realtà si sta parlando d’altro, mi sottraggo.

Infine e più in generale in  questa fase politica, mi sembra di cogliere in molte il  desiderio di agire in proprio, mettendo a frutto relazioni consolidate nelle realtà dove vivono e attraverso la rete. Leggo una voglia di radicarsi, di stare su di sé in un rapporto – anche di scontro – con le istituzioni.

Ho colto la stessa domanda nelle donne con cui mi sono confrontata e che hanno poi costituito il nucleo fondativo  di Laboratorio Donnae.

Un blog e appuntamenti periodici autofinanziati, sono stati una risposta. Questo ha voluto dire: assunzione di responsabilità nella gestione degli appuntamenti e contributi scritti a partire dalle esperienze e dalle competenze. Nel merito delle cose e fuori dai pregiudizi.

Quasi tutte abbiamo esperienza della rete, sappiamo che è uno strumento potente per connettersi al presente e a tante esperienze; ma per fare politica resta centrale il momento dell’incontro. Decidere una data, prendere un treno, spendere dei soldi per vedersi fa la differenza. Radica le relazioni, dà misura. Così Laboratorio Donnae è cresciuto, è diventato la stanza della nostra tessitura. Questa immagine mi accompagna dal giugno scorso, me l’ha suggerita Annarita che in un post scrive: “Uno sguardo che non si distoglie, uno sguardo che ti sostiene e che ti autorizza a essere.[…] Ed è allora che comincia un nuovo andare.”

A tutela di “un nuovo andare”, in occasione del nostro primo appuntamento, ho sottolineato la peculiarità dell’esperienza: “Laboratorio Donnae non può che essere un appuntamento in cui convergere periodicamente per poi tornare da dove si è venute, arricchite – mi auguro – dal confronto. Per queste stesse ragioni Laboratorio Donnae non è riproducibile nei territori, né intende proporsi come  momento di sintesi politica “nazionale”.

Fare politica per me ha sempre voluto dire dare forma alla mia indignazione o ad un mio desiderio e farne un fatto politico. Questo si può fare anche a partire dalla rete dove, come nella vita, le donne si parlano, si arrabbiano, mostrano la voglia di voler fare qualcosa. Di fronte a questo bisogno si può mettere a disposizione la propria esperienza per indicare – ma solo indicare –  strumenti e iniziative concrete possibili.

Iniziative che chiunque può fare proprie e che non domandano una adesione, una appartenenza se non quella di genere.

Iniziative che si propagano attraverso i social network e il passaparola sollecitando le donne a governarle, a gestire intrusioni e strumentalizzazioni. Ma niente di più.

Non sottovaluto il fatto che in rete, come nella realtà, parlarsi si riduce spesso a brevi commenti, a liste dove si contano i “mi piace non mi piace”. In rete gli immaginari sono in agguato e i prodotti del silenzio generano l’illusione di rispecchiarsi nel pensiero di un’altra; manifestare il proprio pensiero richiede senso di sé e un certa dose coraggio.

Un anno fa, noi

Da quel momento – a partire da quelle parole –  chi ha scelto di esserci sapeva di investire in una forma politica che, per vivere, deve continuamente rivedere il punto di equilibrio. Simona lo dice molto chiaramente: “Andavo ad un appuntamento con le altre che aspettavo da tempo, ma andavo soprattutto ad un appuntamento al buio con me stessa, motivo per cui gli appuntamenti con Laboratorio Donnae rimangono veri punti di svolta nella costruzione del mio pensiero e della mia identità”.

Ripercorrendo mentalmente l’anno passato insieme, ho messo in fila i tanti progetti che molte di voi stanno portando avanti. Li conosco perché me ne avete parlato, perché ne avete scritto sul blog o su facebook.  Alcuni mi sembrano cresciuti insieme al nostro “ nuovo andare”, altri invece sono maturati di colpo. One Billion Rising avvenuto in  febbraio, ha rappresentato un punto di svolta, in quell’occasione ho visto più di una prendere in mano quell’evento e farne il proprio evento. Promuovere con sapienza incontri tra donne e iniziative pubbliche, di piazza.

Poi c’è stato l’8marzo; progetti appena abbozzati hanno preso corpo, progetti nati da tempo si sono modificati fino a diventare altro. Simona, Loredana, Annarita – e altre –  avrebbero molto da raccontare. Come Erica e le donne di Pesaro coinvolte. E poi  Enza che ha scritto alla vice sindaca di un comune del Salento: “Quella pubblicità, mi offende, mi ferisce. Dalle reazioni posso dire che il problema non è solo mio. Forse i pubblicitari dovrebbero tenere conto della sensibilità e del giudizio di una donna. Perché le donne, oltre che essere madri, sono commercianti, dirigono aziende, fanno la spesa, gestiscono denaro. Le donne votano anche e sono più della metà della popolazione. Io ho detto la mia. Altri dicano la loro, a partire dalle sensibilità, dall’essere genitori, dall’essere cittadini e dall’essere amministratori”.

Il suo gesto ha suscitato polemiche, anche pesanti, per lei rappresenta una novità e lo dice: “Ho deciso di “denunciare” la pubblicità lesiva come Enza Miceli e non come rappresentante di una sigla. Ho imparato molto dalla mia storia politica, ma oggi voglio agire da cittadina, liberamente. Ci tengo molto a questo, è un passaggio per me importante perché dice come una donna possa indignarsi e compiere azioni politiche a prescindere.”

Ecco, pensando a noi, all’improvviso  ho visto quanta libertà ha prodotto la libertà che ci siamo date. Le azioni politiche a cui ho accennato non portano il bollino “Laboratorio Donnae”, ma hanno trovato nelle relazioni tra noi il confronto e il sostegno necessari ad alcune per esporsi a livello personale e/o collettivo.

 A questo punto viene da chiedersi: cosa chiamiamo ‘libertà’?

Certo ‘libertà’ non significa “liberarsi da”, come precisa Loredana nel pdf Emancipata sarai tu: “Liberarmi dalla soggezione materiale ha significato per me lavorare. E siccome lavorare mi piace, quella “liberazione” è stata per me anche una liberazione da certi vincoli “morali”. […] Emancipazione per me è anche aver smesso di pensare di dover esser “grata” per quello che ho. Sono grata a me stessa, questo sì. Perché ci sono state persone importanti, relazioni importanti, opportunità importanti, certo, ma sono tutte cose che ho amorevolmente coltivato. Ho lavorato sodo e so di dover lavorare ancora tanto. Va bene, sono pronta. Da qui, un’altra liberazione: quella dal pensiero che i soldi sono sporchi. No, non lo sono. Mi piacciono, me li guadagno onestamente. E poi coi soldi posso farci cose.”

Nello stesso pdf Federica scrive: “Siamo pienamente consapevoli di una cosa: la nostra libertà non passa certo dal reddito, che è solo uno strumento per uscire dai ricatti, ma anche con un diritto di base combinato con altri tipi di diritto, è uno strumento che ci permette di ripensare una nuova organizzazione sociale e simbolica. Non è dicotomico con il lavoro, ma permette un sottrarsi dalla logica produttivistica”.

E ancora Simona: “Liberarsi dagli stereotipi culturali è forse la conquista che mi ha dato una sensazione di libertà e riscoperta di me molto maggiore di quella che mi ha dato l’indipendenza economica per molti anni. Un’altra tappa fondamentale è stata togliere centralità al lavoro nella mia vita.”

E infine Elena ci racconta quanto sia difficile sentirsi libere in rapporto con la propria madre: “la vita delle donne è tutta una PROVA, e in quell’incontro col Femminismo, qualche anno fa, in quella mia ‘crisi’ (nel senso etimologico del termine: ‘passaggio’), mi sono resa conto di come la prima prova per me non fosse là fuori, nel “pubblico”, ma fosse invece nel rapporto più intimo di ogni persona: il rapporto con la propria madre. (come sempre accade per le donne, è esattamente il privato che diventa politico)”

Quando in gennaio abbiamo discusso del tema da affrontare la volta successiva è venuto, quasi in automatico, partendo dall’emancipazione, dire liberazione e infine libertà. Ma si avvertiva una certa resistenza, la fretta di affiancare alla parola libertà un aggettivo. Ci sono state delle battute, si è parlato di libertà vigilata, di libertà condizionata.

Ho avuto modo di tornare sull’argomento con Erica, Antonella, Giovanna, Anna, Natalina, Bianca, Gigliola, Ornella, Tina, quando sono stata a Pesaro in aprile per organizzare l’appuntamento dell’1e2. Ha riaperto il discorso Antonella; intendeva spiegare la resistenza da lei manifestata quando abbiamo deciso di parlare di libertà. Ha premesso di non avere messo a punto un discorso compiuto, ma delle suggestioni che ha voluto comunicarci. Si è sviluppato un discorso che ha preso diverse direzioni. Non siamo giunte a nessuna conclusione, rimandando l’approfondimento a quando saremo state tutte insieme. Posso solo dire che abbiamo parlato della libertà come un dato imprescindibile per definire luoghi e azioni politiche. “Io non posso prescindere dalla tua libertà, ma tu non puoi imporla” .

Libertà, imprescindibile

A Pesaro sono tornate ad incontrarsi, hanno riaperto il discorso e mi hanno mandato questa mail: “ “Cara Pina, non è stato facile scrivere queste poche righe, sebbene abbiamo affrontato il tema più volte e anche con te quando sei stata qui. Abbiamo cercato di circoscrivere il nostro pensare alla libertà tenendo conto delle nostre differenze e ci siamo poste delle domande che ti sottoponiamo. Pensiamo possano fungere da traccia per il Laboratorio: Quale e quanta libertà di autodeterminarci  abbiamo?Nella pratica quanta libertà guadagniamo? Nelle relazioni singole e collettive quanto pesa la contrattazione? Quanta della nostra libertà deleghiamo? Siamo partite da considerazioni attuali legate alla situazione di emergenza che viviamo e alcuni passaggi sono stati molto accesi, ma abbiamo cercato di non farci travolgere dall'”emergenza”. Sono domande che aprono a più letture e contributi.”  Parliamone  insieme.

Pina Nuzzo

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