laboratorio donnae

presentazione 5°appuntamento Donnae

Roberta Paoletti  per Laboratorio Donnae

Come Annarita Del Vecchio, Raffaella Di Noia e Simona Trabucco, mi piacerebbe «ripartire dalla fine». Per loro la fine dell’ultimo appuntamento del Laboratorio Donnae (quello a Manfredonia) ha avuto il sapore dei mandarini sbucciati e delle sedie lasciate vuote dalle donne che ormai erano già sulla via del ritorno, su autostrada, ferrovia o in volo. Quelle donne che nelle 24 ore precedenti avevano avuto la cura dell’ascoltarsi, dell’esporsi, del condividere.

Per noi la fine è il racconto, o meglio, la messa in scena del dialogo tra le tre rimaste e chiamate a essere testimoni di quello che dell’incontro restava, emotivamente, praticamente, in coscienza e anche sulle sedie e nei cestini con le bucce dei mandarini.

Leggere la loro restituzione mi porta insieme avanti verso il nuovo appuntamento del Laboratorio Donnae a Roma, il 10 e 11 Maggio, e insieme indietro ai tempi del mio secondo anno di liceo.

Parto dall’indietro per venire avanti. Mi viene alla mente la mia Prof. di letteratura che tentando di insegnarci a scrivere ci disse: «dovete imparare a mostrare la situazione che avete in mente». Quella parola “mostrare”, che oggi per me sta insieme a “raffigurare”, mettere in scena, permettere all’altra/o, che non è presente, di potersi figurare la situazione descritta, mi porta di nuovo velocemente al profumo delle bucce di mandarino che Annarita, Simona e Raffaella avevano nel naso quando hanno cominciato a parlarsi. Così, semplicemente, sono con loro, quell’odore mi permette di rivederle nella mia mente e di leggere le loro battute rifacendo o inventando le loro voci, e così via.

Cosa c’entra questo con la vicinanza/lontananza dei corpi e con il senso di sé? C’entra perché riappropriarsi di un artificio letterario, come hanno scelto di fare loro più o meno consapevolmente, è un modo per far affacciare i loro corpi sul mondo e di aprire quella scena a chi da fuori si volesse aggiungere al capannello.

C’entra perché dare una forma al nostro affacciarci al modo, ha a che fare con il senso di sé, con il mostrarsi in modo autentico, con il mettersi in dialogo, in apertura, verso il mondo e con questo assieme agli altri corpi.

È per questo che con un pensiero al Laboratorio Zarchar che ha rimesso in uso mani di donne facendone un punto politico, passo alla performance di F9 a Paestum 2013, a quella di maipiùclandestine il primo marzo in Piazza del Popolo, fino alla cementificazione di un water delle Cagne sciolte di fronte all’ospedale Pertini, e penso che una nuova voglia di raffigurarsi e raffigurare sia nata nel femminismo. Certo anche debitrice delle pratiche dei movimenti LGBTQI, ma con una sfumatura e con un senso diversi, che vorremmo indagare assieme nel prossimo Laboratorio Donnae.

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