laboratorio donnae

…essere inattese

Study of Raven and Still Life coloured pencil approx. 15 in x 15 in Laboratorio Donnae, Roma 11/12 ottobre 2014, restituzione di Tristana Dini

Ci siamo mosse a partire dall’immagine delle femministe come canne di bambù suggerita da Alessandra e Pina. Le canne di bambù, a differenza della rigida quercia, si piegano col vento e dunque non si spezzano, ma restituiscono la forza del vento in senso contrario. Le immagini, ha ragione Pina, ci permettono di superare la distinzione tra teoria e pratica, dovremo tenerne conto per gli incontri futuri da organizzare anche in altri luoghi, nella mia città, Napoli, ad esempio.

Ma a cosa rimanda l’immagine della tempesta? Che cos’è questa forza che sembra schiacciarci, questo vento che ci fa piegare, questa tempesta che ci avvilisce? E’ il vento del neoliberalismo che ci passa dentro, ci penetra perché investe le nostre soggettività, passa attraverso i nostri desideri, colonizza il nostro immaginario, i nostri corpi, mangia le nostre relazioni. Sembra non esserci via d’uscita, di trovarsi davanti a un “tutto pieno”, che non ci sia un “fuori” da questo regime dell’ “imprenditoria di sé” che mette a lavoro – e a valore – le vite di tutti, di noi donne in modo particolare e che ha forti effetti spoliticizzanti. L’imprenditoria di sé, l’autoimpresa, il “governo dell’autogoverno” si accompagna ad altri processi della razionalità neoliberale che istituiscono dispositivi di gestione economica e politica impersonali, la governamentalità neoliberale sembra cancellare la possibilità di ogni forma di “contrattazione”, le relazioni si fanno astratte, i meccanismi oggettivanti. C’è una delocalizzazione, deterritorializzazione dei luoghi decisionali che rende opaco il terreno di lotta.

Cosa possono fare le canne di bambù piegate da questo vento che le trapassa? La forza elastica, ma irruenta ed inattesa, del bambù di cui parla Alessandra rimanda a qualcosa che va oltre il movimento di resistenza. La forza che viene restituita appare addirittura potenziata, di un’altra qualità. Non si tratta, allora, né semplicemente di resistere, né di essere “flessibili” o “elastiche” come la nuova economia ci vuole, non si tratta di mettere in campo forme di adattamento, di aggiustamenti, compensazioni, ma di giocare una forza che apra a trasformazioni radicali.

Angela Putino, per nominare questa forza femminile, parlava di “funzione guerriera”. Nell’azione guerriera, dice Angela, l’io è sostituito dall’impersonale, la volontà tace, l’ego si fa da parte, si fa vuoto fino a toccare la parte sorgiva dell’azione. L’arciere diviene arco, non si sa più nulla dell’arco: “è questo che prende di mira l’arciere e la freccia parte come un carico di neve si stacca dalla foglia di bambù”. Le forme guerriere riguardano il rifiuto ed il taglio di legami sociali predeterminati e consentono un rinnovamento, un nuovo apparire, un nuovo nascere di gruppi umani. La funzione guerriera può essere trovata solo spostandosi in un “fuori” che è tale non per contrapposizione ad un dentro, ma in quanto “svuota i centri, elude gli inizi e comincia dal mezzo”. E’ la che ci avviciniamo a quello che Angela chiama il “nostro frammento di inaddomesticato”: inaddomesticato è un taglio che porta in superficie quello che non era percepibile finché si rimaneva nelle regole assegnate, inaddomesticato è un percorso o un mezzo per camminare, una modalità di azione. Per toccare l’inaddomesticato occorre fare vuoto, ma questo non significa che la funzione guerriera sia qualcosa di puro e slegato dal contesto sociale, non esiste un dato puro che scandisca in assolutezza addomesticato e inaddomesticato, non ci viene incontro un luogo limpido, essenziale, piuttosto “noi andiamo nel mescolato, nell’ibrido”.

In questo senso l’estraneità della guerriera non è totale, lei non vive in un mondo senza vincoli, pur attingendo da un luogo irriducibile alle costrizioni sociali, la guerriera è impensabile al di fuori di queste: è sempre nella società che mostra il suo non sottostare.

Ma in che modo è possibile effettuare nel contesto di oggi un taglio guerriero, per riguadagnare spazi, tempi, relazioni, alla politica? La funzione guerriera porta a rompere i legami sociali, a forare l’ordine simbolico, è azione trasformatrice. Il simbolico dominante di oggi non è più quello pre-sessantottino della famiglia borghese patriarcale, del lavoro salariato, dello stato sociale. Là la funzione guerriera femminista è stata chiara, netta, fulminea: il separatismo, i gruppi di autocoscienza, le lotte femministe negli anni ’70 hanno rotto l’equilibrio patriarcale, sciolto un legame sociale consolidato, aprendo la strada alla libertà femminile. Oggi il governo dell’autogoverno, il regime dell’imprenditoria di sé sembra assorbire quella stessa libertà femminile e minacciare la politica femminista, perché ci prende l’anima, i corpi, divora le relazioni, ci invita ad una libertà a tutti i costi, la libertà del mercato, libertà di produrre, godere, a mettere a valore ogni aspetto delle nostre vite. La guerra si è fatta più sottile. Forare questo simbolico, operare dei salti, dei cambiamenti di rotta è più difficile.

Decisivo è il richiamo di Alessandra all’autenticità, quello che Milena ha chiamato “andare fino in fondo”, un’autenticità che è radicalità, coraggio, rischio e che costituisce l’ultima bussola per orientarsi in un mondo che sembra precipitare (Tutto cade, www.adateoriafemminista.it , numero 5). Autenticità nel senso in cui la intende Carla Lonzi, non come nocciolo originario e integro di identità ma come un “resto”, come l’effetto di un logorare continuamente le costruzioni identitarie. Non è la purezza, la rigidità della quercia, che, per affezione verso la propria integrità, si spezza.  Questo resto è logorato dal continuo contatto con la propria vulnerabilità, con il proprio essere ex-statici (Butler) in quanto in relazione. L’autenticità, infatti, va di pari passo con l’autocoscienza, cioè con la messa in discussione dei ruoli, delle identità che accade in relazione con altre. La vulnerabilità, ha ragione Alessandra, deve diventare forza e non aprire a pericolosi discorsi sulla tutela, la protezione, la sicurezza. Per diventare forza, la vulnerabilità propria e dell’altra deve essere alla base di quell’arte del polemizzare tra donne che Angela vedeva come la possibilità di un conflitto non distruttivo, non mortifero, ma capace di aprire ad un accadere inaspettato. Solo là, nella relazione, quando si esce dalle aspettative, dal narcisismo, dalla competizione, dalla paura, dal pregiudizio può ancora accadere qualcosa.

Ma possiamo fare un passo ulteriore e immaginare, oltre al costante lavoro dell’autocoscienza,  delle azioni guerriere volte all’esterno in grado di svelare il simbolico dominante, forandolo? Bello l’esempio delle Pussy Riot fatto da Alessandra, il problema è effettivamente “capire quando e come una performance sia un’azione e non una reazione”. Questo lo si vedrà di volta in volta, non esistono regole fisse. L’importante è non farsi mai trovare dal potere, essere inattese: nomadi quando ci si vorrebbe stanziali, stanziali quando ci vorrebbero nomadi. Lavorare sull’immaginario è molto difficile perché si rischia di essere risucchiate dal muro di gomma della “società dello spettacolo”, ma se si riesce a trovare il modo di aprire un varco in quel muro, allora le azioni risultano potentissime, proprio come le canne di bambù che restituiscono potenziata, e in direzione contraria, la forza del vento.

In questo senso il “laboratorio donnae” mi sembra un luogo importante di elaborazione di teorie e pratiche politiche all’altezza del presente, non autoreferenziali, non virtuali, ma in grado di agire su piani molteplici, di far valere la materialità dei corpi nel campo di un simbolico dominante che tende ad addomesticarli in maniera subdola, attraverso i loro stessi desideri.

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 immagine: Jane Eccles, Study of Raven and Still Life coloured pencil approx. 15 in x 15 in 

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