laboratorio donnae

Intervento di Silvia Niccolai per il webinair ‘Cambiare la legge Zan per salvarla’

Abbiamo voluto concludere il lavoro fatto per l’Appello al Senato con la richiesta di modificare il Ddl Zan, promuovendo un incontro in diretta sulla pagina Facebook  “Omotransfobia: cambiare il ddl Zan”, venerdì 18 giugno alle ore 17,30, e chiesto a giuriste/i, sociologhe/i, giornaliste/i e persone impegnate nella società civile di esporre il loro punto di vista. ( leggi tutto) In chiusura Aurelio Mancuso ha ribadito e scritto su Facebook: Tutto ciò che avevamo da dire lo abbiamo espresso da molti mesi, fin dall’avvio della discussione alla Camera. Ora un ciclo si è concluso. Chi ha voluto ascoltare le nostre opinioni lo ha potuto fare, tocca al Senato assumere le decisioni che gli sono proprie. Come realtà sociali e persone del centro sinistra abbiamo un unico potere: affermare le nostre idee. La politica, in particolare i partiti del centro sinistra, dovrebbe ascoltare, dialogare e poi fare sintesi. (leggi tutto)

Qui il video dell’evento ben riuscito per la qualità degli interventi, lo stile della conduzione e la tenuta complessiva.

Pubblico con il suo consenso il contributo di Silvia Niccolai  che coniuga, con il consueto rigore, competenza e passione politica.

Pina Nuzzo

locandina di Costanza Coletti

Intervento di Silvia Niccolai per il webinair ‘Cambiare la legge Zan per salvarla’ – 18 giugno 2021

Il ddl  Zan punisce chi istiga a compiere o compie atti discriminatori o violenti fondati sul sesso, che è definito come quello biologico; sul genere, cioè le manifestazioni esteriori di una persona conformi o contrastanti con le aspettative sociali connesse all’essere uomo o donna; sull’orientamento sessuale cioè l’attrazione emotiva o sessuale nei confronti di persone dello stesso sesso, di sesso opposto o di entrambi i sessi, e sull’identità di genere, cioè la percezione che una persona ha di sé come uomo o donna, anche se non corrispondente al sesso biologico.

Apparentemente la legge non fa che estendere protezioni contro i c.d. reati d’odio che già esistono da tempo, nel caso della razza ed etnia e religione sin dagli anni ’70 (qui è punita anche la propaganda di idee fondate sulla superiorità razziale); nel caso delle minoranze linguistiche dagli anni’90.

Se già ci sono leggi simili, che cosa ci può essere in questa, che non va e che si potrebbe modificare?

Il punto è che la legge Zan non è affatto la stessa cosa di queste leggi.

La legislazione esistente, che non definisce cos’è razza e cosa è etnia, prende atto che queste condizioni personali sono state storicamente motivo di violenze e sopraffazioni; si pone in difesa di esse e di coloro che ne sono portatori, visti come soggetti esposti alla discriminazione e in questo senso ‘deboli’; intende evitare che una cosa, che la storia ha dimostrato essere molto cattiva, il razzismo, si radichi nella nostra società, mentre d’altro canto non implica alcuna restrizione della capacità degli esponenti di singole etnie o religioni di riconoscersi, o non riconoscersi, come tali, di promuovere manifestazioni o creare associazioni a favore della propria razza o lingua e riservate ai loro appartenenti.

Ora, invece, così come è oggi formulata, la legge Zan se la prende con una cosa, che non ha mai dimostrato di essere nociva, tanto meno di essere solo nociva, e questa cosa è la differenza sessuale. E per effetto della legge domani esisterebbe una soggettività – tra l’altro una storicamente ‘debole’ – che potrebbe avere problemi a parlare liberamente di sé, a coltivare il senso della propria identità, o a creare associazioni riservate a chi appartiene a quella soggettività. E questa soggettività sono le donne

Mi spiego.

Nel corso dell’iter parlamentare alla Camera fu detto che la legge voleva proteggere «l’identità sessuale della persona». Questo è un concetto validissimo, che ha ampio utilizzo anche nella giurisprudenza costituzionale ed è chiaro e ricco, in quanto indica le manifestazioni della personalità nel campo della sessualità.  Esso rende benissimo l’idea di una legge che vuole proteggere le persone dall’essere aggredite se si esprimono nel campo della sessualità in modi non conformi o eccentrici, e perciò può tutelare sia i due gay che si baciano per strada, sia la ragazzina che si dichiara non binary.

La legge, però, nel suo testo, non ha mai parlato di «identità sessuale» ma di sesso, genere, identità di genere e orientamento sessuale. Usando queste quattro parole tutte insieme, e definendole come le definisce, la legge ha scelto di riprendere par pari gli assunti propri delle teorie di genere. Secondo queste teorie la distinzione tra i due sessi è il frutto di costruzioni sociali, tradizioni, costumi, i quali chiudono gli individui in una gabbia repressiva, il ‘binarismo sessuale’, che esclude e stigmatizza chi in tale binarismo non si riconosce, e che costringe all’eterosessualità (viene detta etero-normatività). La possibilità di dirsi maschio o femmina o nessuna delle due cose indipendentemente dal corpo che si ha – l’identità di genere – romperebbe il giogo repressivo del binarismo, la gabbia dell’etero-normatività.

Il punto fondamentale è che al binomio autoritario e repressivo “binarismo sessuale/etero-normatività obbligatoria” secondo le teorie di genere equivale la differenza sessuale. Infatti, dire che le donne e gli uomini esistono è, dal loro punto di vista, già propalare e rafforzare i pregiudizi che imprigionano le persone nel binarismo imposto e nell’eterosessualità obbligatoria.

La legge Zan incorpora queste teorie sia con le quattro parole che usa, sia per come le definisce. Questo è quello che è stato chiamato il significato pedagogico della legge: essa trasmette un ordine di idee secondo cui la differenza sessuale, primo, non esiste, perché è il frutto di stereotipi e pregiudizi, secondo, è solo una cosa negativa, perché limita l’autodeterminazione in materia sessuale (o di genere).

La legge Zan è allora molto diversa dalle leggi sulla razza e etnia. Queste puntano su ciò che, in una società costruita sul ‘mai più’ dopo l’Olocausto si può considerare certamente radicato: il senso del disvalore che ha il predicare la superiorità razziale. Ma la legge Zan mette un accento di disvalore sulla differenza sessuale, che in effetti non si spiega, se non pensandola solo come le teorie di genere. La storia, infatti, ha certamente dimostrato che nulla di buono c’è nel dire che un bianco è migliore di un nero. Ma quando, mi chiedo, la storia ha dimostrato che la differenza sessuale è una cosa cattiva e dannosa?

La storia ha semmai dimostrato che nella differenza sessuale c’è, o ci può essere, qualcosa di bene, come ora dirò, il che mi darà anche l’occasione di precisare un punto importante: storicamente, il soggetto della differenza sessuale sono le donne e per questo colpire, svalorizzare o negare la differenza sessuale va contro le donne.

A lungo è stato dato per scontato che il soggetto della storia, del discorso, del pensiero, fosse un soggetto di sesso maschile, che però si proponeva come neutro e unico. Gli uomini non si sono posti il problema della differenza sessuale perché la loro differenza sessuale equivaleva all’universale, al normale ed era tutto ciò che contava. Il problema della differenza sessuale lo hanno posto le donne, quando hanno detto: ci sono anch’io, che ho un corpo diverso e quindi faccio anche esperienze diverse del mondo, per cui se le dico ne uscirà, per tutti, un quadro più ricco e più preciso e sicuramente diverso. Ancora oggi si fatica qualche volta a far capire a un uomo che cosa significa crescere in un corpo di donna, che tutti si permettono di commentare, perché un uomo non fa o fa molto più di rado questa esperienza; motivo per cui non la metterebbe nel suo rendiconto della realtà, mentre io ce la metterei di sicuro, il che può autorizzare un’altra a metterci la sua, a dire il mondo per come a lei risulta.

Non che prima non si sapesse che c’erano le donne, beninteso. La scoperta della differenza sessuale è stata che quella certa particolarità, che hanno alcuni esseri umani, la particolarità di nascere con lo stesso corpo della madre, è rilevante. Poiché ha quel sesso una donna si trova dentro una storia, una genealogia e compone pensieri e conoscenze, un proprio punto di vista sulla realtà. La differenza sessuale è rilevante, è stata la prima scoperta. E la seconda è stata che è intelligente, e sovvertitrice: spetta alle donne, a ciascuna di esse, darle un senso, per quello che interessa a ognuna.

Grazie al fatto che la differenza sessuale ha iniziato a essere pensata, nominata, rivendicata, è accaduto che essere nata donna, che era intesa come una sventura o uno svantaggio o come una cosa che significa nulla, ha potuto essere riscoperto, da ciascuna, come una risorsa; un punto da cui ognuna può partire per essere donna a modo suo. Ma ci tengo molto a dire che la differenza sessuale non è un pranzo di gala: «l’avventura di essere la donna che sono, con tutto quel che di non “ordinato”, di meno addomesticabile, di eccentrico, di sconveniente – rispetto alle convenzioni – che questo essere porta con sé può generare molte sofferenze» dice la mia giovane amica Stefania Ferrando. Molte, io per prima, in certi momenti della loro vita avrebbero desiderato non essere donne. Se ho scoperto «l’indicibile fortuna di essere donna» è perché sono stata aiutata, e molto: dalle altre.

Più di tutto, la scoperta della differenza sessuale è stata la scoperta del fatto che le donne possono amarsi: amare se stesse e amarsi tra di loro, cioè volersi bene, prendersi a cuore, appassionarsi l’una delle altre e così anche proteggersi. Quando ero giovane avevo un’amica che, se vedeva che avevo un graffio, mi chiedeva tutta seria: che cos’è? Io sono una che non bada a nulla, mi graffio senza accorgermene, con le piante per esempio. Ma so di cosa voleva accertarsi: che non ci fosse in giro un fidanzato manesco il cui pericolo sottovalutavo. Col suo sguardo, mi trasmetteva un messaggio ancora più importante: mi metteva in guardia sull’essere trascurata circa me stessa, disattenta. Perché sapeva che passano da lì, dalla disattenzione di sé, dal non darsi importanza, molte esperienze negative che le donne subiscono. Gli occhi di un’altra, che lo sanno, e che ti guardano con amore, ti salvano. 

Grazie all’amore delle donne verso sé e le proprie simili abbiamo scoperto che le donne esistono e hanno valore, ma vi sono ancora vasti debiti da colmare nei confronti delle donne, debiti soprattutto simbolici. La filosofa e psicanalista Luce Irigaray, negli anni ‘80 disse che si sarebbe dovuta affiggere ovunque l’immagine di una bambina che va per strada per mano a sua madre, e non certo per parlare dell’importanza dell’istituzione sociale ‘maternità’ (allora basterebbero le tante madonne con bambino che vediamo continuamente, e del resto non tutte le donne sono madri, ma tutte sono figlie) ma per rimediare a una contraddizione interiore che molte, e molti, si portano dentro e in cui si annidano molte ingiustizie: da piccoli nostra madre ci sembra molto importante, è lei che ci insegna a parlare, ci apre il mondo, e allora una bambina pensa: ‘che bello che io sono come lei’! Ma dopo, ricevendo dalla società poche conferme che questa forza e questa importanza sono riconosciute alle donne, la bambina impara a sottovalutare sé e la propria differenza.

Facendo proprie teorie che dicono che nella differenza sessuale nulla c’è di importante, tanto meno c’è qualcosa di buono, il ddl Zan si mette dalla parte delle imprese, e sono state tante nella storia, che svalutano le donne, soggetto della differenza sessuale. La legge prevede che nella Giornata contro l’omofobia siano organizzate, anche nelle scuole, iniziative per contrastare i pregiudizi motivati, tra altro, dall’identità di genere. Questo significa, nei termini delle teorie di genere, andare a dire alle bambine che il sesso con cui sono nate, quello della madre, non è per loro anche una risorsa che ciascuna potrà comporre come vuole, un’avventura, ma è solo una cosa ‘biologica’, di cui se vuole può sbarazzarsi. Sapendo che per diventare donna ho prima sofferto di esserlo, vorrei che a ciascuna bambina, prima di dirle che può cambiare il suo sesso se la far sta male, venisse fatto balenare alla mente che in questo suo star male ci può essere il travaglio, con cui può far nascere la donna speciale e unica, la donna imprevista, che è lei.

Concludo.La storia ci dimostra che la differenza sessuale non è solo, come pretendono le teorie di genere, l’equivalente di repressivo binarismo e eterosessualità obbligatoria ma anche e precisamente il modo attraverso il quale la soggettività femminile ha trovato e trova espressione. E la differenza sessuale è qualcosa che attraversa, fondendole e scompaginandole, le ‘componenti’ che il ddl Zan e le teorie di genere spezzettano e pretendono di definire analiticamente: il sesso, che la differenza sessuale riscopre come intelligenza, non come mera biologia; l’orientamento sessuale, perché la differenza sessuale è fatta di amore tra le simili; il genere, perché la differenza sessuale serve a differire, a diventare differenti, cioè rompe e reinterpreta i costrutti sociali; l’identità di genere, perché essere donna è la scelta di una donna – scelta che non deve mai essere ostacolata – di stare dalla parte del proprio sesso.

Se la differenza sessuale è un bene e non un male; o, se si vuole, se essa è anche una cosa buona e non solo una cosa cattiva, e se non sta dentro le caselle del ddl Zan e delle teorie di genere, perché è un concetto molto più ampio, occorre che la legge trovi parole che non escludano, sottovalutino o stigmatizzino la differenza sessuale.

Come? Intanto si potrebbe nominare nella legge – anziché le parole chiave delle teorie di genere – l’omosessualità e la transessualità, cioè le condizioni personali protette, individuandole, come già avviene nel caso della razza ed etnia, sulla base di una storia che ce le indica come motivo di discriminazioni e dando per scontato che esse sono attraversate dalla differenza sessuale.

Si dice che, parlando di transessualità invece che di identità di genere, resterebbe non protetto chi ha un’identità intermedia o fluida. Su questo parleranno altre; solo ricordo che, nel senso comune, le espressioni omosessualità e transessualità coprono una gamma di esperienze molto vasta.  E il senso comune delle parole è un’ottima guida per l’applicazione della legge.

Oppure, e sarebbe ideale, si potrebbe ritrovare la felice espressione «identità sessuale»: dire che sono vietate le offese all’identità sessuale e basta. Che le persone abbiano subito e subiscano da sempre offese per questa ragione è fuor di dubbio, tutti lo sappiamo, e la legge chiarirebbe in modo inequivoco che il bene protetto è la personalità umana, in tutti i suoi aspetti, compresa la differenza sessuale, la quale cammina per molte strade, si porta dietro molti conflitti, ma è costitutiva dell’umanità e, oltre al senso negativo che vi danno le teorie di genere, ha quello positivo di aver fatto capire, e di far presente, che le donne sono una parte dell’umanità in tutte le sue espressioni – infatti una donna può essere bianca, nera, disabile, omosessuale, transessuale – e che senza le donne l’umanità non è tale. Ma si potrebbe fare molto di meglio: scrivere che nessuna persona deve essere offesa per come esprime la propria differenza sessuale. Anche perché, ne sono certa, proprio gli ostacoli di ogni natura posti alla libera significazione della differenza sessuale sono ciò che si ripercuote ai danni delle persone omosessuali e di quelle transessuali, in specie delle donne transessuali, che scontano tutta la scarsa voglia che la società ha di pensare la grandezza e la libertà femminile e immaginare il mondo e le leggi a partire da lì.

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Questa voce è stata pubblicata il 20 giugno 2021 da in appuntamenti con tag .

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