laboratorio donnae

Vittoria, è italiana.

Vivian Maier

Vittoria, non è il suo nome vero, quello scioccamente non gliel’ho chiesto, se ne sta appollaiata sulla punta del carrello portabagagli; dietro di lei un set di tre valigie colorate a farle da schienale. Ti dà assistenza, non richiesta ma comunque gentile, durante le operazioni di pagamento del ticket.

Ho bisogno di darle un nome per scrivere di lei, come si fa con le persone che anche fuggevolmente incroci nella vita ma che sai che saranno attimi che ricorderai. Scelgo questo perché mi ha detto che ha festeggiato i suoi sessanta anni sotto al porticato dell’aeroporto completamente sola. Scelgo io per lei il nome perché, davvero, vorrei che ci fosse un po’ di vittoria e di riscatto nella sua vita.

Tornerei solo per farle delle domande che stasera chiusa a riccio nel mio di dolore, non ho avuto la prontezza di farle. Ho avuto però la prontezza di asciugare il mio volto allorché ha iniziato a rigarsi il suo. Non c’era la rabbia che la miseria si porta dietro e nemmeno commiserazione ma tanta empatia quando mi ha detto che se io piangevo lei che avrebbe dovuto fare? ai piedi delle havaianas bianche senza calze e una tuta fucsia con uno smanicato leggero. I capelli raccolti sulla fronte con un mollettone e tanta tristezza negli occhi quando mi dice che sono nove anni che non vede i figli.

Io non riesco a dire molto. Le dico semplicemente che ha ragione e asciugo una lacrima rimasta a metà, troppo tardi per ricacciarla indietro e troppo lunga per lasciarla scivolare da sé. Le lascio il mio resto nel bicchiere di carta posizionato sulla macchinetta automatica, sembra quasi ne faccia parte e mi rendo conto che anche qualche giorno prima avevo sentito la sua voce nello stesso punto, ma io nemmeno l’avevo vista troppo presa, in quel caso, dalla mia gioia.

Stiamo zitte per un attimo lunghissimo, mi scuso per averla fatta piangere e lei con occhi che inseguono qualcosa che mi pare lontanissimo e rigonfi di lacrime si scusa a sua volta per aver usato le mie per far sgorgare le sue.

La prossima volta chiederò a Vittoria come si chiama e impedirò alle mie emozioni di rendermi indifferente e cieca di fronte alle vite altrui, perché se c’è una cosa che credo di dover imparare in questa scheggia di vita è proprio questa, i nostri percorsi sono tutti intrecciati e non ci possiamo permettere di dimenticare che c’è ognuno di noi in ogni Vittoria che incontriamo, in ogni profugo che fugge alla ricerca del suo dignitoso e meritorio angolo di pace, in ogni clandestino che annega , fosse uno o quasi mille.

Melissa’S

foto di Vivian Maier

Un commento su “Vittoria, è italiana.

  1. laboratorio donnae
    22 aprile 2015

    COMMENTO DI GIUSI AMBROSIO
    Ho appena letto il nuovo articolo in Laboratorio Donnae, dal titolo Vittoria, è italiana. Da quanto ho capito si tratta di una donna senza casa che vive per strada o in non luoghi quali gli aeroporti che pure hanno un nome e brulicano di altre presenze umane, di donne e di uomini in movimento e in una transitoria estraneità a quanto si muove o si ferma loro accanto.
    Stamane ho saputo di un’amica storica che si dedica alla elaborazione di un testo da pubblicare e dedicato alle donne che hanno avuto un riconoscimento di valore dalle istituzioni reso evidente dall’attribuzione del loro nome alle strade della nostra Città. Certamente un percorso interessante questo studio che renderà più note le donne che danno nome alle strade e renderà possibile la conoscenza delle loro vite, delle loro attività. Personalmente con spirito critico ho sempre notato come in modo differente e con diverse percentuali in (quasi?) tutte le Città del Mondo i nomi di donne attribuiti alle strade sono veramente in numero molto esiguo. Anzi per il deficit di democrazia ancora da colmare, i nomi che s’incontrano risalgono a epoche lontane e a decisioni di tempi passati. Infatti troviamo nomi di Regine e di Principesse, nomi di Sante e di Madonne, di Eroine e di Martiri, che meritatamente danno nomi a strade, piazze, ospedali, centri di accoglienza, ecc.ecc.
    Storie e presenze riconosciute e amate! Nel profondo della nostra società democratica si evidenzia un’incompatibilità culturale tra la presenza delle donne nelle strade e l’ipotesi che abbiamo un nome. E’ il caso di chiamarla Vittoria? un risarcimento per noi?
    Dall’altra parte si sentono le voci che tuonano “togliamo le donne dalle strade!”
    Figurarsi se diamo Nomi di Donne alle Strade!! Ancora peggiore pure la confusione che propone l’abolizione della Legge Merlin e la segregazione delle donne che vengono prostituite, ma SOLO con scopi umanitari, sicurezza, igiene, decoro, cittadinanza fiscale!
    Potremmo come femministe proporre di dare Nomi di Donne ai luoghi, non luoghi, che rendono
    possibile il partire e il tornare da un luogo a un altro luogo, in un tempo in cui ogni condizione umana di donna è un attraversare?
    Nomi di donna a luoghi d’imbarcazione, stazioni ferroviarie, metropolitane, aeroportuali? possiamo partire da Vittoria, la sconosciuta.
    Un abbraccio Giusi Ambrosio

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Questa voce è stata pubblicata il 21 aprile 2015 da in conosciamoci, donne, migranti, tessitura.

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