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manifesto femministe nove

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Ricordiamo il Primo maggio pubblicando uno stralcio del manifesto di femministe nove:

 “Ci avevano avvertite che l’emancipazione poteva assumere il volto di un destino. E abbiamo resistito affinché le nostre vite e i nostri corpi non fossero portati al mercato di un lavoro femminilizzato, che ancora una volta ci “assegna un posto” anche quando un posto non ce lo dà, che spesso ci sussume senza assumerci.

Abbiamo riconosciuto e nominato questa trappola. Ma ancora non basta, se questo è il mondo che viviamo. Non basta se inseguiamo la promessa del lavoro, perché identità e senso possiamo trovarli solo al prezzo di competizione e (auto)sfruttamento; non basta se il lavoro lo togliamo dal centro, perché anche il tentativo di investire su tutto il resto è condizionato dalla precarietà. E anche mentre ci diciamo che il nesso lavoro/identità è sciolto, un pezzo del senso di noi e del nostro tempo è sempre impigliato lì.

In tutti questi casi, tra lavoro a tempo determinato e a tempo indeterminato, è scomparso il lavoro come tempo autodeterminato.
Tra il rifiuto del lavoro (così com’è) e la volontà di trasformarlo c’è un legame profondo.

La precarietà è una condizione diffusa, non è una coscienza collettiva di una condizione. È uno stato d’animo diffuso come percezione solitaria della propria miseria individuale. È raccontata come emergenza o come escrescenza sociale da riassorbire nelle retoriche di quelle stesse politiche che la producono e la prevedono strutturalmente.

La precarietà non è un’identità: è la situazione in cui viviamo e, dunque, quella in cui possiamo costruire conflitti e pratiche di libertà. Una situazione che non vogliamo rimuovere, perché vogliamo cambiarla.

Stentiamo a rendere collettiva la consapevolezza della possibilità di una trasformazione per tutte e tutti. Le soggettivazioni politiche precarie sono quanto mai difficili, nella frammentazione e nella competizione in cui siamo immerse.

È difficile divenire collettivamente soggetti di conflitto quando il corpo politico è consunto; quando i corpi sono indotti ad una disponibilità permanente al lavoro, disimparano a dire no. Colpito dalla crisi, cancellato dalla bidimensionalità della politica televisiva, il corpo è rimosso anche quando è esposto per protesta, su una gru o in un gesto estremo. La realtà del corpo non fa più attrito nel discorso separato della politica, che è sempre più linguaggio senza corpo.

È senza corpo la politica istituzionale, con i suoi richiami astratti alle riforme strutturali per l’uscita dalla crisi e con il sottofondo di un senso di colpa indotto dalla retorica del debito e tradotto nei termini di competitività, meritocrazia, flessibilità. Per uscire dalla crisi, per essere credibili sui mercati, dovremmo accettare che i nostri corpi siano annientati. Perché queste misure si traducono in abbassamento dei salari, disoccupazione, tagli al welfare, attacchi al sistema della contrattazione collettiva, precarietà.
Sono i nostri corpi a dover uscire dalla crisi.”

LEGGI TUTTO

foto di Lorenza Valentini

3 commenti su “manifesto femministe nove

  1. paolam
    29 aprile 2015

    Non saprei quale frase estrarre da questo stralcio, perché lo meriterebbero tutte. Ne scelgo una: “La precarietà è una condizione diffusa… È raccontata come emergenza o come escrescenza sociale da riassorbire nelle retoriche di quelle stesse politiche che la producono e la prevedono strutturalmente.
    E allego una riflessione-manifesto che procede da una prospettiva simile: http://www.resistenzafemminista.it/precarieta-femminile-nel-patriarcato-neoliberista/

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  2. giusi ambrosio
    29 aprile 2015

    Un articolo femminista lavoro e vita in vista del Primo Maggio?
    Mi ha colpito il tono dolente del vivere che pure cerca scampo in una prospettiva-proponimento di lotta esistenziale. Da molto si sta riflettendo in tal senso in una altalena di sentimenti e ripensamenti.
    Per età ho avuto la possibilità di partecipare a una esperienza profonda di una gnerazione che voleva la Rivoluzione e, intanto o al contrario, ha avuto il lavoro.Per molte e molti è stato un lavoro politico, per molte e molti è stata una modalità di fare rivoluzione, nella propria vita, nella società, nell’azienda, nella scuola….Gli esiti? una sconfitta, ma senza rimpianti e senza pentimenti.
    Vorrei aprire un confronto, e lo farò in un altro articolo su Laboratorio donnae
    sul Lavoro come un dovere per definire il proprio essere in altro modo che se pensato solo come diritto. E non per manifestare un rigurgito reazionario.
    A presto, un abbraccio Giusi Ambrosio

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    • laboratorio donnae
      29 aprile 2015

      Cara Giusi dopo il tuo commento ho esplicitato la nostra intenzione: sì, con questo post vogliamo ricordare il primo maggio. A presto, Pina

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Questa voce è stata pubblicata il 29 aprile 2015 da in femminismo, lavoro, politica, ri-letture con tag .

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