laboratorio donnae

parliamo dei CAM: Centri Ascolto uomini Maltrattanti

Ratto-di-Proserpina-BERNINIdi Donatella Proietti Cerquoni. E’ molto difficile confrontarsi, non solo in fb. Si tende a non far entrare il pensiero altrui nel proprio forse perché si teme che le nostre convinzioni ne escano indebolite, invece che accresciute di elementi ai quali non avevamo pensato.  Io, per esempio, non sono disposta a far entrare in me l’idea che nelle relazioni con i violenti sia in gioco l’amore piuttosto che il potere per cui considero molto pericoloso il discorso di qualche influencer  femminista che, nel tentativo di mostrare profondità,  finisce per  sostenere scelte che considero sbagliatissime sotto il profilo politico. Non sono disposta a tornare sul punto perché si tratta di qualcosa che è stato  guadagnato e sono convinta  che centrare nuovamente tutto sulla relazione come fosse un assoluto,  non solo rende più deboli le vittime di violenza, ma rende fragili gli interventi a loro sostegno e, per di più, rafforza, ancora una volta, gli uomini. Non farlo entrare in me vuol dire che non impiego un minuto su una riflessione già svolta nel femminismo e  che ha dato vita a metodologie politico-professionali che non debbono essere riviste ma applicate ovunque. E’ una riflessione che non ha bisogno di essere aggiornata, non nei  termini in cui viene posta oramai con insistenza preoccupante da uomini e donne che sembrano interessati a contaminarsi con un pensiero che vorrebbe scardinare quello autenticamente femminista. Sono stata accusata, per aver contestato questa visione,  di voler “dare patenti”, lo hanno fatto uomini, ovviamente, e loro alleate. Da che parte stanno costoro?

Affermare che l’amore c’entri, nella violenza, è precisamente ciò di cui  si deve liberare chi  vuole uscire dalla violenza. Centra, l’amore, certamente, ma da parte di chi?  E  a cosa servirebbe rimetterlo  in gioco?  Se queste femministe, arrivate ad una certa età, guardano l’accadere con gli occhi di una qualche saggezza, devono pensare che la violenza è sempre la stessa anche se peggiore di un tempo,  quando la mentalità dell’impunità non era così diffusa, quando ancora si sperava nel Diritto e nella Giustizia, quando i nostri temi non erano stati usurpati dalle ideologie attuali e rovesciati contro di noi attraverso un linguaggio che definire biforcuto è un eufemismo.

Sul piano dell’intervento, tutto questo  ci fornisce un quadro molto preoccupante: femministe che usano tempo, competenze, pensiero, motivazione per lavorare all’ascolto dei violenti, i quali  utilizzano tutto questo per scampare alle pene.

Il tutto dentro un quadro teorico che fa acqua da tutte parti,  nel quale si sostiene che gli uomini siano lontani dalle proprie emozioni e che quella sia una causa del passaggio all’atto violento. E’ esattamente il contrario: gli uomini seguono senza freni le loro emozioni, autorizzati dentro una mentalità che teorizza l’incontenibilità dei loro impulsi.

Qualcuna sostiene che i CAM verranno finanziati con altre risorse rispetto a quelle destinate al contrasto alla violenza maschile, Non è vero: sono all’interno del Piano nazionale. Domando: perché si configura un diritto dei violenti a beneficiare di finanziamenti pubblici e non si usano quelle risorse per potenziare il lavoro dei centri che si occupano delle donne? Perché donne si vanno ad occupare di uomini? Perché uomini vengono coinvolti a dare pareri sul contrasto alla violenza dopo che abbiamo appurato che sono ancora lontanissimi dalla capacità di gestirla?? Gli uomini si occupino degli uomini, trovino il modo di fermare la loro violenza e non vengano, come mentecatti, a usare le nostre già scarse risorse. Che razza di femminismo è questo?

Ho sentito il bisogno di esprimere con decisione un punto di vista che condivido con donne e giovani competenti in tema di violenza maschile per cui tengo a dire che prospettive e considerazioni che faccio mie, provengono anche dall’intelligenza e dall’esperienza di altre.

 

INFO:

articolo di Giorgia Serughetti, novembre 2014, inGenere: Smettere si può

“È stata presentata lunedì (27 aprile) a Roma, nella sala multifunzionale del dipartimento Pari Opportunità la rete RELIVE – Relazioni Libere dalle Violenze, prima associazione nazionale che riunisce i centri che si occupano di recuperare gli uomini responsabili di atti di violenza contro le donne. A presentare l’iniziativa l’Onorevole Giovanna Martelli, Consigliera del Presidente del Consiglio in materia di Pari Opportunità che ha definito la rete come uno strumento “per fare sistema” e per raggiungere quella omogeneità di pratiche e di risposte che migliorano l’efficacia del contrasto alla violenza. Presente anche la senatrice Valeria Fedeli, che ha ribadito l’importanza di lavoro di questi centri che “fanno un lavoro strutturale e non basato sulla risposta a un’emergenza. E ha poi proseguito: “L’intervento sugli uomini è fondamentale perché bisogna agire sugli archetipi profondi che regolano la società e non ragionando come se questi episodi avessero sempre una matrice che li giustifica”. articolo di Silvia Vaccaro, aprile 2015, Noi Donne, leggi tutto.

 Elenco dei Cam in Italia

 

immagine, particolare della scultura “Il ratto di Proserpina”  di Bernini, Roma Museo Borghese

11 commenti su “parliamo dei CAM: Centri Ascolto uomini Maltrattanti

  1. Paolo
    19 maggio 2015

    chi ti ama davvero e sinceramente non ti opprime, per me è così.
    Se ti opprime non ti ama davvero anche se lo dice e magari se ne convince

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  2. il ricciocorno schiattoso
    19 maggio 2015

    Lundy Bancroft, autore del volume “Why Does He Do That?: Inside the Minds of Angry and Controlling Men” sostiene che “abusiveness has little to do with psychological problems and everything to do with values and beliefs”: il comportamento maltrattante in una relazione sentimentale ha poco a che fare con problemi psicologici e tutto con i valori in cui crede l’uomo che li mette in atto. La causa principale del comportamento maltrattante è il sistema di valori acquisiti dal contesto culturale. In un altro passo del libro afferma che il maltrattante non ha problemi a gestire i conflitti (è perfettamente in grado di farlo, e lo fa quando vuole), ma “his abusiveness is operating prior to the conflit; it usually creates the conflict, and it determines the shapes the conflict takes”: è lui a creare il conflitto, e a determinare la forma che il conflitto assume.
    Quello che invece leggo, negli articoli che riguardano il trattamento di questi uomini manltrattanti ruota tutto attorno a concetti come fragilità, perdita di controllo e incapacità di gestire la rabbia. Se per Bancroft la violenza è una strategia atta a conquistare e mantenere il controllo del partner ed ottenere una serie di privilegi che rendono impari la relazione, chi analizza il fenomeno in Italia sembra ritenere che la violenza sia un qualcosa che accade al là del controllo di chi la mette in atto…
    Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate di queste contrastanti interpretazioni del fenomeno.

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  3. Sartorie Culturali onlus
    19 maggio 2015

    Infatti è quello che appare anche dalle parole degli operatori dei cam.
    Sposto un po’ il punto e trascrivo da un’intervista, appena letta, a un operatore di un cam: “Il percorso di riabilitazione passa attraverso due fasi: la prima è quella dell’accoglienza da parte di un’équipe multidisciplinare – composta da psicologi, psicoterapeuti, psichiatri ed educatori – che consiste in un colloquio di orientamento individuale: se emerge la volontà dell’interlocutore nel mutare rotta, allora viene contattata la compagna per coinvolgerla nell’iter”.
    Viene contattata la compagna? Cosa succede, invece, quando è una donna a rivolgersi a un centro antiviolenza visto che i “Centri d’Ascolto per Uomini Maltrattanti sono ormai una realtà complementare ai presidi anti violenza sul territorio italiano”? Viene contattato il partner?
    Prosegue: “Chi si rivolge alla struttura è nell’80% dei casi una persona che sta acquisendo consapevolezza delle proprie azioni a seguito di uno spartiacque: gravi lesioni procurate alla vittima, abbandono del tetto domestico da parte della compagna, intervento delle forze armate.
    Per il restante 20% si tratta di eseguire obblighi imposti dal giudice o dall’ufficiale di esecuzione penale esterna. Alcuni ricorrono al centro per ottenere agevolazioni come sconti di pena – nel caso si trovino in carcere o agli arresti domiciliari – oppure visite più frequenti ai figli in situazioni di separazione coniugale”.
    Dunque i cam sono un bonus che presenta pericoli evidenti.
    “Nella metà dei casi la violenza cessa da subito, purtroppo gli insulti verbali e le umiliazioni nei confronti del sesso femminile sono difficili da sradicare”.
    La violenza cessa da subito ma gli insulti e le umiliazioni no. Dunque per questo operatore cam insulti e umiliazioni non sono violenza?
    “È fondamentale che [i maltrattanti] conquistino fiducia in se stessi “… forse ne hanno anche troppa, visto che riescono pure a volgere il reato che hanno compiuto a loro favore.

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  4. dona1956
    19 maggio 2015

    Il fatto stesso che in Italia la tendenza sia quella di porre una certa enfasi sull’ascolto dei maltrattanti, a mio parere la dice lunga, malgrado i proclami, sulla reale mancanza di volontà di considerare la violenza un fenomeno insito in un sistema.
    La proliferazione dei CAM testimonia che si intende la violenza un fenomeno intestabile ai soggetti. Si tratta, a mio avviso, di un approccio che richiama l’esistenza di una relazione d’amore quando in realtà è la dimensione del potere ad entrare in gioco nei rapporti in cui la violenza maschile si manifesta.
    Il controllo pubblico del fenomeno si attua, a mio avviso, solo parzialmente sostenendo una presa di coscienza soggettiva. Quando si parla di metodologie di tipo autocoscienziale adottate dagli uomini, oppure offerte loro come pratica per affrontare la violenza, occorre tenere presente il rischio di un soggettivismo in grado di produrre effetti sociali rilevanti. Per le donne, partire da sé è stata, è una conquista, per gli uomini una premessa consolidata che, incoraggiata, li legittima a restare concentrati su loro stessi.
    Quando si centra l’analisi del fenomeno sulla relazione fondata sull’amore, si arriva quasi sempre ad affermare o a sottintendere che le vittime siano complici dei maltrattanti.
    Si interroga l’inconscio e si trascura la scena, la quale ci mostra la guerra che la società patriarcale muove alle donne e che rende indisponibile una serie di condizioni materiali e sociali, anche ove esse siano presenti, le stesse che consentirebbero alle donne di uscire più rapidamente da una relazione con un partner violento. In questo ambito vedo mancare la politica che non si preoccupa di predisporre azioni che in modo significativo vadano a sostenere i luoghi e le competenze maturate in seno al femminismo. E’ necessario che le donne che subiscono violenza vedano riconosciuto il diritto non solo a non subirla più, ma, nel caso in cui vi incorrano, a fruire di servizi pubblici qualificati e qualificati in seno ad una coscienza femminista imprescindibile ad una premessa critica al patriarcato. Il fenomeno ricade sui soggetti ma ciò che lo determina è il sistema ed è al suo proprio livello che l’azione politica va intrapresa.
    I centri antiviolenza, con i limiti posti dalla scarsità dei finanziamenti, con la difficoltà ad accedervi, con la dispersione che si produce assegnando ruoli di rappresentanza ad alcune realtà in assenza di una ricognizione accurata delle effettive competenze presenti nel paese, non vengono messi in condizione di beneficiare di contributi non soltanto finanziari ma di pensiero da parte di esperienze che potrebbero utilmente contribuire ad accrescere le competenze necessarie a creare dei punti di propulsione politica e di intervento efficace.
    Più che dell’inconscio, dunque, a giocare un ruolo, a me sembrano essere i riflessi del disvalore generalmente attribuito alle donne, riflessi provenienti dall’immaginario e dal simbolico dominanti. Per questa ragione penso che in tema di controllo della violenza, se da un lato esso non è demandabile oltre il soggetto che la compie, dall’altro sappiamo che il soggetto maschile si muove entro l’alveo di un’autorizzazione profonda, anche a praticare la violenza, che trova rappresentata ovunque e che gli permette di attribuire a se stesso i caratteri di incontenibilità dei suoi propri impulsi di cui parlavo anche nel post.
    Se c’è una riflessione maschile non rinviabile, essa si attesta, a mio avviso, a questo livello ed è auspicabile che venga promossa senz’altro all’interno dei processi educativi ma occorre avere presente che una cultura si manifesta nell’organizzazione sociale e nei comportamenti. Ne consegue, a mio parere, che la risoluzione del problema è anche o soprattutto di tipo politico ma è esattamente questo che io vedo mancare. Che manchi nella politica degli uomini è gravissimo ma si può spiegare con l’interesse maschie al permanere dello statu quo; il fatto che venga mancare nella coscienza femminile pone dubbi enormi sull’interesse che possono avere le donne al perdurare di condizioni che sono con ogni evidenza di forte svantaggio e di pericolo per la loro incolumità personale e sociale.

    Donatella Proietti Cerquoni

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    • Andrea Bernetti
      20 maggio 2015

      Salve, sono il responsabile del CAM di Roma. Mi scusi ma per quale motivo l’intervento rivolto agli uomini significa ritenere necessariamente che la violenza si situi in una relazione d’amore? Secondo me ka violenza riguarda la cultura del possesso e l’uso della donna come strumento per affermare la propria identità maschile. La violenza viene usata come strumento per generare paura e sulla paura fondare la sottomissione della donna. Lavorare con gli uomini significa lavorare su questo e produrre un cambiamento che riguarda anche la propria identità di genere. Ritenere poi la violenza un fenomeno culturale non può escludere che quella cultura si trasforma in vissuti e situazioni reali riguardanti persone reali. L’intervento può essere politico, educativo e per le persone, tutti sono necessari e soprattutto non escludenti. Dire che un finanziamento ai centri per autori significa distogliere risorse ai centri antiviolenza è un errore concettuale che porta ad una battaglia tra i poveri che non ha molto senso. Tutti questi interventi sono a contrasto della violenza e ci sono ricerche in tal senso che confermano ciò. Infine credo sia utile guardare fuori dai nostri confini e vedere le esperienze di lavoro con gli autori in Inghilterra, Canada, Norvegia, Spagna, Stati Uniti. Si scoprirà che tante critiche sono infondate e dettate da un pur legittimo pregiudizio che può essere superato.

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      • dona1956
        21 maggio 2015

        Gentile Andrea, le rispondo, per ora, su un concetto da lei enunciato con un certo fervore – così mi è parso – , quello della “guerra tra poveri”.
        Credo di poter dire che sia nell’ordine della miseria simbolica che a lei sia potuto venire in mente un pensiero del genere. Una miseria concepita in seno al patriarcato e che ricade pesantemente sulle donne. Posso assicurarle che la mia opinione in merito resterebbe la stessa quand’anche i finanziamenti per il contrasto alla violenza maschile fossero cospicui. Ad ogni modo non credo che la questione possa essere posta nei termini in cui lei la presenta per ragioni che torno brevemente a ribadire. Io non contesto una da lei presunta concorrenza nell’utilizzo dei finanziamenti, ritengo, piuttosto che i costi del lavoro che gli uomini debbono, vogliono fare su loro stessi non debba minimamente ricadere sulle donne quali principali destinatarie della violenza maschile. Concorderà con me sicuramente nel riconoscere che tale violenza non è ascrivibile alla delinquenza comune ma è violenza di una parte dell’umanità contro l’altra parte. Questo fa sì che non vi siano paragoni possibili con altri crimini dei cui costi di contenimento e di sanzione si fa carico la società intera. Quelli inerenti i crimini maschili contro le donne non possono, dunque, per loro natura, essere inclusi nell’ordinarietà di una “guerra tra poveri” Senza contare che sono gli uomini a detenere la gran parte della ricchezza e le donne ad avere sulle loro spalle una povertà stimata da diversi studi che non le saranno sconosciuti. Affido dunque alla sua intelligenza la facoltà di comprendere con esattezza la portata del problema. Se poi tutto questo significa che il suo lavoro in un CAM è lavoro retribuito, le ricordo che i centri antiviolenza sono sostenuti anche da una grande mole di lavoro volontario e qualificatissimo. Ma mi auguro e le auguro di aver frainteso le sue parole.
        Donatella Proietti Cerquoni

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      • il ricciocorno schiattoso
        21 maggio 2015

        Colgo l’occasione della sua presenza qui per sciogliere alcune mie perplessità. La prima riguarda questo intervento di Sartorie Culturali Onlus: “Il percorso di riabilitazione passa attraverso due fasi: la prima è quella dell’accoglienza da parte di un’équipe multidisciplinare – composta da psicologi, psicoterapeuti, psichiatri ed educatori – che consiste in un colloquio di orientamento individuale: se emerge la volontà dell’interlocutore nel mutare rotta, allora viene contattata la compagna per coinvolgerla nell’iter”. Se siamo d’accordo sul fatto che la vittima di violenza non è da considerarsi corresponsabile, qual è la funzione del suo coinvolgimento nell’iter? Il fatto che venga convocata non rischia di rafforzare la tendenza del maltrattante a scaricare la responsabilità sul maltrattato?
        Inoltre, se ammettiamo che il problema è culturale più che psicologico, che la violenza non scaturisce da un disturbo dell’individuo, ma è la conseguenza di un sistema valoriale condiviso dalla società tutta, che associa alla mascolinità il diritto all’esercizio della violenza (penso a Formigoni che dichiara “mi sono comportato da maschio” per giustificare improperi e gesti inconsulti”) e che rafforza attraverso l’impunità la percezione collettiva della sostanziale innocenza di quegli uomini che vi fanno ricorso, la stessa esistenza di un processo di “recupero” non si colloca all’interno di quella cultura che pretende di scardinare?
        Voglio dire: gli autori di femminicidi ormai si diagnosticano il raptus da soli, i loro legali ce li dipingono dalle pagine dei giornali come “vittime di se stessi”…
        Assegnare loro un’intera equipe di specialisti delle patologie mentali richiedendo tra l’altro il supporto della vittima nel percorso riabilitativo, mi sembra un gesto in grado di conferire loro l’ennesima etichetta di “malati”.

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      • dona1956
        22 maggio 2015

        Signor Andrea, quanto alla sua domanda circa il nesso tra la presupposizione di una relazione d’amore e l’istituzione dei CAM così come sono e funzionano in Italia, quella correlazione si evince, a mio parere, anche dal coinvolgimento delle compagne degli uomini che si rivolgono ai vostri centri. Questo fatto, del quale si ha notizia, oltre a costituire l’ennesima discriminazione verso le donne (non avviene il contrario) e, in aggiunta, un atto di violazione della loro privacy, fa intendere un approccio centrato sulla relazione. Che poi per parte vostra si consideri che non sia l’amore ad agire nella violenza maschile è davvero il minimo che ci si possa aspettare da chi si mette professionalmente in ascolto di uomini che hanno compiuto crimini contro le donne.
        La natura delle vostre attività è confortata, come ho spiegato, da coloro che ancora oggi si ostinano a porre l’amore alla base del fenomeno intestando, anche così, ad una supposta incapacità femminile di sottrarsi ai violenti, la responsabilità dell’accadere di cui parliamo. Questo è il nesso sul quale con il mio post volevo aprire un dibattito.
        Come avrà capito, non sono un’esperta ma una femminista che pubblicamente si interroga e interroga esperienze dirette come la sua, per questo le pongo anch’io alcune domande che interpellano la sua competenza.
        Le risulta, nel processo che va dalla presa di coscienza del crimine compiuto, ai suoi esisti giudiziari – e, se sì, in quale misura – il coinvolgimento delle compagne degli uomini che si rivolgono ai vostri centri? Le risulta, e se sì in quale misura, che, nel comminare le pene, i giudici tengano conto del fatto che i vostri clienti abbiano intrapreso un percorso di ascolto presso le vostre strutture? Non crede che, se questo fosse vero, lo sconto di pena riguarderebbe l’idea, seppure non esplicitata, di una corresponsabilità femminile nel reato, sottilmente confusa con la volontà di ravvedimento dei criminali? Non crede che la stessa reiterazione di questo genere di crimini, deponga a favore dell’ipotesi cui ho cercato di dar voce, dando per scontato, da parte maschile, che sia l’amore a concedere la possibilità di infierire più volte sulla stessa vittima?
        I miei sono soltanto dei dubbi che spero di dirimere con i chiarimenti che vorrà gentilmente rendere disponibili.

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  5. cecilia
    21 maggio 2015

    Avrei piacere anch’io di conoscere le risposte del signor Andrea Bernetti alle vostre interessanti osservazioni.
    Vorrei chiedergli se per favore può spiegare cosa intende quando afferma: “Tutti questi interventi sono a contrasto della violenza e ci sono ricerche in tal senso che confermano ciò”. Cioè ci sono ricerche che affermano che gli interventi dei cam e dei centri antiviolenza sono a contrasto della violenza? Che significa? Servono delle ricerche per affermare questo?
    Poi aggiunge: “Infine credo sia utile guardare fuori dai nostri confini e vedere le esperienze di lavoro con gli autori in Inghilterra, Canada, Norvegia, Spagna, Stati Uniti. Si scoprirà che tante critiche sono infondate e dettate da un pur legittimo pregiudizio che può essere superato”.
    Le chiedo gentilmente i riferimenti bibliografici essenziali sulle esperienze da lei citate, dove possiamo leggere le percentuali di diminuzione della violenza verso le donne, il rapporto di tale diminuzione con l’esistenza dei cam, e i risultati (percentuali di recidive, eventuali modifiche del tipo di violenza esercitata, etc.) del monitoraggio dei maltrattanti seguiti dai cam dopo la conclusione del percorso di “riabilitazione”.

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  6. giusi ambrosio
    22 maggio 2015

    Veramente ricco il dibattito suscitato, e evidentemente problematico.
    Mi ripropongo alcuni interrogativi. Cosa s’intende dire con l’affermazione di un legame d’amore all’interno di una relazione violenta? Non credo che il violento esprima amore ,in tal caso il femminicidio ne sarebbe l’espressione più forte, ma si può intendere che le maltrattate diano alla sopportazione il nome di amore. Non voglio entrare nel complicato meccanismo di indagine su come e quanto la vittima sia complice del carnefice, ma su alcuni equivoci culturali, certamente sì.
    Il primo più arcaico è che la donna è una eterna minorenne e che vada debba essere controllata e, anche con le buone o le cattive maniere, tenuta in una condizione di minorità,debba essere educata o rieducata. E’ il patriarcato più primitivo ma non del tutto superato e scomparso. In tal caso le violenze i maltrattamenti, verbali,fisici, psicolgici,sono azioni consapevoli in cui alcune volte,ma solo alcune volte! può capitare di eccedere, di perdere la pazienza. Come nei riformatori, o anche senza esagerare nei sistemi scolastici in cui sono previste le punizioni corporali.
    Altra tipologia di violenza è quella interna alla sessualità, al modo di concepire e di concepirsi in quanto persone sessuate. E se tale violenza si estende alla più ampia modalità di relazionarsi alla donna in quanto soggetto sessuato.
    Una mia opinione in tal senso spiega anche una delle ragioni che stanno alla base della richiesta crescente, pare, di corpi sessuati da prostituire.
    La confusione tra sesso,erotismo, violenza, amore costituiscono un campo così intricato e spinoso da richiedere non una analisi ma una demolizione dei principi costituitivi di parte della società.
    Quando insegnavo nella mia scuola abbiamo svolto, alla fine degli anni novanta, un programma condotto da operatrici di Differenza Donna dal significativo titolo Bulli e Pupe. Tra le tante importanti acquisizioni emerse quella della ripetizione dei comportamenti e dei meccanismi che li sostengono. In particolare venne fuori, forse era ovvio,ma non scontato che anche la violenza si apprende. E che chi ha subito violenza, e chi ha vissuto esperienze di violenza in famiglia o altri contesti
    ha introiettato il modello e poi lo ripropone, lo imita, lo estromette.
    Sempre quando andavo a scuola mi proponevo di offrire alcune opportunità formative in relazione ai rapporti affettivi e alle relazioni d’amore. In tale orientamento andavo a visionare filmati o mostre per poter proporre in modo documentato alcune considerazioni.
    Così andai a visionare il Film “Quel viaggio chiamato amore” che aveva come protagonista Sibilla Aleramo e
    Una sconvolgente situazione di oppressione e violenza vissuta da una donna che aveva tutti gli strumenti culturali per rifiutarla. Incomprensibile perchè per lungo tempo ne sia stata soggiogata.
    Per fortuna non avevo con me le studentesse e gli studenti e non ho proposto tale visione deviante su cosa possa chiamarsi Amore.
    Per i CAM anche io esprimo scetticismo e contrarietà. Penso che i maschi maltrattanti ne facciano o possano farne un ulteriore uso strumentale e ricattatorio,dimostrando la Buona Volontà a migliorare per mantenere un vincolo
    con la donna maltrattata. Tipo “faccio di tutto per migliorare!, devi avere pazienza!”
    e la maltrattata “con il mio amore e la mia pazienza ce la farà”,”il mio amore lo salverà”.
    NON IN NOSTRO NOME, Giusi Ambrosio

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  7. laboratorio donnae
    22 maggio 2015

    Ho pubblicato l’articolo di Donatella Proietti Cerquoni perchè ne condivido il senso e l’impostazione. Ho letto con interesse le tante argomentazioni (pro e contro). Da tutto questo traggo una conclusione: il confronto tra noi donne ha bisogno di momenti in cui ci guardiamo in faccia e ci parliamo. Per me si tratta di tornare a fare politica guardando anche alle altre, senza voler indirizzare le altre, ma ascoltando. Senza azioni politiche che non siano di parte, senza uno spostamento dell’ opinione pubblica, siamo destinate alla moderazione. Il patriarcato ci rimette al nostro posto, gli strumenti possono essere tanti e tanto subdoli. CAM, PAS o PPOO non fa differenza. Pina Nuzzo

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