laboratorio donnae

la casa ai tempi del coronavirus

di Giusi Ambrosio

Si racconta che secondo un’antica tradizione forse ancora in uso in alcuni paesi della Basilicata per un rito augurale si gettava acqua in strada alla nascita del figlio maschio e acqua sul focolare alla nascita di una figlia femmina. La strada e il focolare hanno simboleggiato nei tempi passati i luoghi dell’agire maschile e dell’agire femminile e anche le dimensioni separatamente costruibili nella definizione della personalità, come esteriorità e interiorità mai del tutto separabili, né esclusive di un genere ma piuttosto prevalenti.

Tali dimensioni hanno poi trovato il culmine dell’esprimersi nella facoltà generativa delle donne e nel senso dell’accoglienza come ricchezza dell’interiorità e diversamente nella pratica della lotta per primeggiare e della guerra per dominare come proprie facoltà maschili protesi all’esterno di sé.

Nel tempo particolare che stiamo vivendo in cui un nuovo e sconosciuto virus sgomenta intere popolazioni della terra si assiste ad una serie di cambiamenti nella forma stessa del vivere e del senso dell’esistenza. Non solo come si dice” niente sarà come prima” ma anche “niente è come prima”. E cioè la stessa, questa stessa esperienza collettiva che posiziona in modo nuovo le singole vite, introduce distanze, impone vicinanze, nella dimensione del tempo dello spazio.

Semplicisticamente per la tradizionale logica maschile nella interpretazione dei fenomeni emergono formule bellicistiche, in una sintesi del combattere una guerra, stare in trincea, essere in prima linea, non abbassare la guardia. Una pigrizia interpretativa che distoglie lo sguardo da quanto accade.

Non è una guerra: è una tempesta inconsapevole scatenata da una particella della natura che si moltiplica nel vivente umano. Pur troppo la logica bellicista si adatta alla spiegazione di tanti fenomeni naturali e utilizza coordinate militarista nella definizione di ogni agire umano.  La lotta che in questi giorni e mesi si conduce tenendo insieme malattia e paura non utilizza armi ma strumenti di prevenzione e di cura. I camici bianchi, le tute, le mascherine che uomini e donne indossano per curare sono abiti della protezione negli ospedali e non divise mimetiche nella giungla o nelle trincee.

Nella situazione di smarrimento che la diffusione del virus genera e i continui aggiornamenti su contagiati, positivi asintomatici e positivi sintomatici, ricoveri in terapia intensiva, resistenza e guarigione, numero crescente di morti e difficoltà nel gestire finanche la morte, SI IMPONE alla mente sensibile e alla consapevolezza collettiva il dato di maggiore valore: il virus non ha colpito l’infanzia. I bambini e le bambine sono naturalmente lasciati sani. Credo che questo dato e la visione delle piccole vite sempre in corsa verso il futuro debba dare sollievo all’ansia e infondere un senso di realistica possibile felicità, incommensurabile.

Anche la Filosofia come la Sociologia come la Psichiatria svolgono il compito di contribuire alla conoscenza collettiva con un’analisi di quanto accade nel senso del vivere individuale e familiare, come nelle forme della società e della politica. Per noi femministe il terreno costante della lotta parte da quanto accade nelle forme del vivere, nel rapporto interno alle convivenze familiari, nel rapporto tra le generazioni, nel rapporto tra uomini e donne.

“Restiamo a casa” è l’opposto che andare in guerra e a restare a casa anche gli uomini sono chiamati; non è un fronte in cui recarsi dotati di armi, ma un luogo della pratica della prevenzione, della pulizia e dell’igiene. La casa come luogo privato che mette spazio, che separa dal luogo pubblico e dal rischio di contagio possibile. La casa come luogo della nutrizione, della preparazione dei pasti, della alimentazione dei corpi.

Cosa fare a casa è divenuto oggetto di consigli e raccomandazioni rivolte evidentemente agli uomini o meglio a quegli individui di genere maschile che non hanno mai sviluppato l’abitudine alla cura, l’abito alla riflessione, l’esigenza di fare ordine, l’attenzione alle altre persone, il desiderio di conoscenza e la pratica dello studio o anche della scrittura, l’aspirazione alla creatività.

Le donne hanno sempre saputo cosa si può fare in casa, anche se nella casa sono state costrette e la quiete non ha assunto il significato di noia ma di aspirazione al riposo. Non sempre realizzabile.

Le donne come anche gli uomini che vivono da sole/i hanno modalità di vita variabili in relazione all’età e alle condizioni di salute. Libere di sistemare gli armadi, di spolverare i libri, di svuotare i cassetti se sono in buona salute ma al contrario se assistite/i trascorrono i giorni in uno stato di dipendenza che accentua la solitudine.

Al contrario le donne che non vivono da sole sperimentano nella presenza di altri familiari, bambini piccoli, ragazzi, anziani, mariti una occupazione del tempo quotidiano che diviene più intenso e problematico.

Chiuse le mense scolastiche e le mense aziendali, chiusi i bar, i ristoranti, i fast food, la cura dell’alimentazione e la sopravvivenza della popolazione avviene in ambito domestico e in linea di massima ad opera delle donne e delle madri. Le code ai negozi alimentari e la preoccupazione per i rifornimenti hanno messo in evidenza il timore profondo di non poter fornire il cibo, di veder mancare quanto necessario. Se poi si aggiunge il lavoriamo da casa e facciamo i compiti da casa non esiste alcune possibilità di noia.

Vi sono donne che svolgono lavoro in casa d’altri e sono le baby-sitter, le collaboratrici domestiche, le badanti che se non sono conviventi ma prestatrici di lavoro ad ore, nel corso della giornata debbono recarsi presso diverse case e assistere persone diverse. Sono le donne che attraversano le strade e che si espongono al rischio del contagio o recano rischio di contagio, forse in molti casi sono state licenziate per tali timori e le loro funzioni, tutte, sono assunte dalle donne che sono tornate a casa.

Nel “restiamo a casa” di questi giorni si intensificano i comportamenti maltrattanti che alcuni uomini hanno nei confronti di donne che subiscono la loro violenza e nei confronti dei bambini vittime della violenza assistita. Diminuiscono le stesse possibilità di andare a denunciare o di chiamare un telefono donna di riferimento. Le case di accoglienza sono prive di mezzi e di tutela e le donne che vi sono ospitate hanno bisogno di trasferirle in luoghi in cui siano anche protette dal virus. Mancano sempre i fondi e le possibilità materiale. Intanto i Tribunali sono chiusi e, come per altri processi penali, sono sospese le udienze. I tempi della giustizia quando le donne riescono ad accedervi e a richiedere aiuto sono estremamente lunghi e doloroso il cammino per giungere alla condanna e allontanamento dell’individuo maltrattante. Spesso la presenza di bambini e bambine costituisce un limite ad agire da parte delle donne e uno strumento di potere e di ricatto di cui gli uomini si avvalgono per esercitare violenza e dominio. Un agire politico che introduca una lampada di verità potrebbe partire da qui.  Il nostro femminismo che parla con corpo e voce di donna dovrebbe citare come emergenza sociale la violenza che le donne subiscono. Non si finga che è tempo di guerra e come in tempo di guerra lasciare libera la belva collettiva e il patriarcato fraterno che giustifica come inevitabile la vittimizzazione dei corpi femminili.

Come l’emergenza coronavirus ha richiesto un ripensamento e potenziamento della sanità pubblica, così l’emergenza violenza di genere potrebbe comportare un potenziamento delle strutture di ascolto, accoglienza, difesa delle donne vittime di violenza. Si potrebbe anche potenziare l’organizzazione dei Tribunali penali e prevedere tempi certi, al massimo un anno per lo svolgimento dei processi. Come più medici e più strumentazione sanitaria così anche più giudici e maggiore attenzione alla malattia morale che la violenza maschile infligge all’anima e ai corpi delle donne.

Le donne sono madri e legate al mondo della natura come l’acqua che sorgendo dalla profondità della terra si svolge in superficie dando la nascita e l’alimento alle forme viventi.

 

immagine: Kiki Smith, Broadcast, 2012

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 28 marzo 2020 da in donne, femminismo, tessitura con tag , .

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