laboratorio donnae

poter decidere se diventare madri o no è una conquista

 

“La scuola estiva Nascere e mettere al mondo: sguardi sociali e filosofico politici (23/24/25 Settembre) si è caratterizzata per la ricchezza delle relazioni delle docenti e degli interventi del gruppo delle discenti, per l’intensità dei laboratori esperienziali, per l’incontro intenso e fortunato tra donne di varie età e provenienze geografiche: studenti provenienti oltre che dalla Puglia dal Lazio, dalla Lombardia, dal Veneto, dal Piemonte; professioniste, docenti non universitarie, formatrici, ostetriche, femministe, docenti delle Università di Venezia, Barcellona, New York City, Orlando (Florida) e del Salento. Circa sessanta donne, tra docenti e discenti, si sono incontrate appunto sul tema fondamentale della nascita e del parto: i due punti di vista, le due esperienze ricche di competenze della donna che mette al mondo e diventa madre e del neonato o neonata che viene al mondo.” Queste le parole di Daniela Danna, docente di Sociologia a UniSalento e direttrice scientifica della Scuola, qui il suo resoconto.

La Scuola è stata una ricca esperienza, anche per me. Ho conosciuto donne competenti e preparate, ma anche giovani donne interessate alla storia del femminismo. Ringrazio per aver potuto partecipare. Pubblico il mio intervento che ha tenuto conto delle loro domande e dello scambio stabilito in questi giorni.

Come certe conquiste del movimento delle donne (per le madri e lavoratrici madri) si sono rivelate trappole per la libertà femminile

Ho avvertito una certa resistenza a partecipare a questo progetto, perché è sempre un rischio intrecciare sapere e politica delle donne. Ma Lecce, da questo punto di vista, ha una storia, una tradizione e io devo molto a Marisa Forcina, fin dai tempi del grande Convegno Filosofia, Donne, Filosofie, del 92, credo. Da quell’esperienza e dalla Scuola estiva della differenza (sempre grazie a Marisa) sono poi scaturiti rapporti anche con donne che promuovono questo nuovo progetto. Daniela Danna è una conoscenza più recente, legata alle azioni politiche tra Roma e Milano su quello che io chiamo “il corpo generativo femminile” e alla lettura dei suoi saggi, sono felice di ritrovarla nella mia città.

La Scuola, fin dal titolo, mi è sembrata una buona occasione per un incontro fecondo e ho accolto l’invito.

La resistenza di cui parlo nasce dalla mia pratica politica che attinge direttamente all’esperienza. In essa ho tratto il coraggio – e a volte la leggerezza – per parlare in pubblico; l’ho fatto, senza pensarci troppo, fino a quando c’è stato un contesto di donne capace di accogliere e spostare – rilanciare – lo scambio. Il bacino di riferimento si è però via via prosciugato facendo emergere nuove figure, nuovi ambiti, nuove regole. Il sapere inteso come competenza ha offuscato l’origine del sapere femminista e non ha esitato ad appropriarsene, cancellando la carne delle donne che hanno pensato e lottato contro il maschilismo di padri, padroni e preti.

Ma eccomi qui perché voglio credere che la conoscenza che nasce dal partire da sé abbia cittadinanza nell’Accademia e che ci sia ancora voglia di intrecciare storie e competenze diverse da parte delle donne; questi giorni sono stati una conferma.

Per venire al tema.

Sono diventata madre il giorno in cui è nato mio figlio e una parte di me ha cominciato a crescere insieme a lui, ma tutto quello che so sulla maternità è solo in parte frutto dell’esperienza diretta. Per quanto importante, la mia storia, da sola, non mi avrebbe dato gli strumenti per destrutturare la maternità che il patriarcato ci cuce addosso.

Ho avuto bisogno di andare oltre la biografia, aprirmi al confronto con altre donne per poi agire: fare politicamente.

Sconfiggere l’aborto clandestino è stato un primo passaggio, urgente e necessario, per uscire dalla maternità come condanna e controllo sociale.

I convegni, i seminari, i piccoli gruppi – tra gli anni settanta e ottanta – sono stati luoghi di confronto, a volte di scontro, in cui ci siamo esposte, parlando di noi. Il secondo passaggio sono state le infinite battaglie per l’istituzione di consultori pubblici  che prevedevano comitati di gestione con la presenza delle associazioni femminili.

Comitati presto svuotati dalle rappresentanze di partito. Un altro passaggio cruciale è stato l’accesso agli anticoncezionali, andato di pari passo con l’approvazione della 194, ma non è stato semplice come immaginavamo e speravamo. In tante, alla prova dei fatti, abbiamo percepito gli anticoncezionali  come artificiali e innaturali; il fatto poi che  fossero competenza di un medico generava insopportabili associazioni fra corpo riproduttivo e malattia, fra sessualità e malattia. In ogni caso gli anticoncezionali segnalavano che il nostro corpo, così com’è, avrebbe qualcosa di sbagliato. In realtà non era – non è – il nostro corpo ad essere sbagliato. Ben presto ci rendemmo conto che gli anticoncezionali a nostra disposizione erano invasivi, pensati in funzione della sessualità maschile e di rapporti istituzionali, continuati nel tempo.

A partire da noi, tornammo ad analizzare le vite e la sessualità che vivevamo, in modo quasi chirurgico, direi oggi.  Eppure senza quel confronto serrato – a volte gioioso, a volte doloroso – non sarebbe stato possibile arrivare a una verità semplice: tutte le donne hanno un corpo che potrebbe generare, ma non tutte le donne hanno il desiderio di diventare madri; essere una donna vuol dire, anche, riconoscere il proprio desiderio, avere dei desideri. Determinare i tempi e i modi della propria sessualità.

In pratica, poter separare il corpo sessuato dal corpo riproduttivo non è stato un fatto meccanico, per me e per molte delle donne con cui ho fatto politica, ma l’apertura di un orizzonte in cui era possibile ripensare le relazioni uomo/donna e donna/donna.

Attraverso lo sguardo delle altre su di me, ho imparato a guardarmi, accettandomi. L’intimità con altre ha favorito l’intimità di me con me.  E mi ha dato la forza necessaria – e tanta ironia – per far fronte ad una realtà che non prevedeva le donne come soggetto.

Questa è stata la mia esperienza, sono sicura che ciascuna di voi potrebbe raccontare altro, ma se non si costruiscono occasioni perché questo ‘altro’ le emerga, il bacino si prosciugherà definitivamente.

L’ho capito come Delegata nazionale dell’Udi (2003-2011) che dovevo predisporre situazioni dove le donne venute dopo quella stagione del femminismo si sentissero libere di parlare e di fare un percorso politico aderente alla propria esperienza, al proprio tempo.

L’ho fatto anche dopo con gli appuntamenti di Laboratorio Donnae, con il Laboratorio “La donna spettatrice dell’arte” e con le donne conosciute in rete, cercando di aprire rapporti, così da immaginare uno spazio comune per la nostra politica. Progettare tempi e modi non vuol dire favorire amicizie, vuol dire mettere a frutto quell’esperienza che molte di noi hanno per facilitare l’accesso ad un luogo politico da parte di donne che non ne hanno la pratica. A volte solo una vaga idea.

Però l’ho imparato a mie spese che in questa fase è molto complicato costruire spazi separati per come li ho conosciuti e per come li penso ancora, perciò sarebbe interessante capire cosa possiamo mettere in comune adesso.

Qui e ora.

Cosa diamo per scontato reciprocamente con il rischio di produrre nuovi stereotipi, nuovi modelli del dover essere femminile e femminista.

Mi torna in mente una giovane donna conosciuta negli anni in cui avevo cominciato da poco l’esperienza di Delegata dell’Udi, era il 2003, più o meno. Molte studentesse venivano nella Sede nazionale a consultare l’Archivio per i loro studi universitari, e io cercavo di conoscerle per cercare di capire quale percezione avessero del femminismo. Un giorno, raccontando delle nostre lotte per la 194, tra le varie cose ho detto “la contraccezione è stato un grande momento di libertà per le donne” e lei mi ha guardata e mi ha detto “ma questo lo dici tu”. Presa in contropiede senza neanche riflettere ho ribattuto “come lo dico io? come si fa a dire questa cosa?”.  Da qui è scaturito un dialogo che mi ha permesso di vedere la ricaduta delle ‘nostre’ conquiste nella vita delle donne più giovani, ho capito che eravamo oltre la mia esperienza, oltre il femminismo che avevo conosciuto.

E che poter decidere se diventare madri o no è una conquista, ma richiede un continuo esercizio di responsabilità di fronte al quale una donna può sentirsi sola. In questa solitudine ci siamo perse. Chi con un bagaglio diventato un peso. Il mio per esempio

Guardando le più giovani, ascoltandole – ascoltandovi, anche in questi giorni – ho colto in alcune la nostalgia per qualcosa che, per ragioni anagrafiche, non hanno conosciuto direttamente e di cui hanno solo sentito parlare.

Ma ho colto in alcune un risentimento per quanto di irrisolto abbiamo lasciato.

C’è una verità in questo sentimento che ho cercato di mettere a fuoco, andando oltre le ‘nostre conquiste’, oltre le leggi, che io e un’intera generazione abbiamo pensato come vantaggi per tutte, mentre ho dovuto prendere atto che per molte di loro si configurano come una faticosa gestione.

Le lotte in cui ci siamo spese, le leggi che abbiamo conquistato, sono state un nostro personale guadagno e ci hanno reso riconoscibili, tra noi ma anche socialmente. A partire da quanto abbiamo realizzato, e di cui siamo giustamente orgogliose, non sappiamo come comportarci di fronte a certe scelte delle nostre figlie, o delle donne più giovani, perché ci sembrano in aperta contraddizione con quello per cui ci siamo battute.  Forse è arrivato il tempo di riflettere sulla qualità della libertà che abbiamo perseguito con tanta tenacia, per capire come è stato possibile che, proprio facendo leva su quella libertà, un maschio nuovo, apparentemente infragilito, si prendesse delle libertà.

Il punto non è tornare indietro, ma sapere che anche la libertà è un processo collettivo e che va governato insieme. Se una giovane donna pensa di dover fare da sola, perché si sente continuamente sollecitata – dalla madre carnale e\o dalle madri simboliche – ad essere all’altezza, occulta gli inganni del patriarcato e i nuovi conflitti che si sono determinati tra i sessi. E si rende irriconoscibile alle sue coetanee.

Capire qualcosa delle donne giovani con cui mi trovo a contatto è uno sforzo notevole, perché devo continuamente agire su di me, per non cadere nel pregiudizio o, peggio ancora, nel maternalismo.

Faccio questo sforzo e lo chiedo, perché condividiamo il dovere di ripensare come rappresentare noi a noi stesse, compreso il femminismo e le tante narrazioni – autorappresentazioni – possibili.

Per questo ho continuato a tessere relazioni, soprattutto con i laboratori La donna spettatrice dell’arte dove per parlare tra noi di noi ho scelto un medium: l’arte. So per esperienza quanto sia difficile avere misura nelle relazioni, perché le donne non hanno ‘corpi’ di mediazione come gli uomini, che parlano, agiscono e si rappresentano attraverso le donne.

Concretamente e simbolicamente.

Ho vissuto e riconosco, nella politica delle donne, il bisogno di con-tenere, di con-fondere per la paura di essere escluse, rifiutate o non amate abbastanza. Così, per evitare equivoci e incomprensioni e inutili fatiche, ho cercato un medium per fare/stare con altre, in modo separato. L’arte mi corrisponde.

Mi sarebbe piaciuto portare qui la lezione preparata per il Master in Studi e politiche di genere di Roma Tre  (2017) dal titolo Il potere di mettere al mondo: maternità e creatività. In quell’occasione ho cercato di mostrare, attraverso le opere, gli ostacoli che le donne hanno dovuto affrontare per affermarsi come artiste, ma soprattutto quanto poco sappiamo dell’intreccio tra la potenza del gesto creativo e la potenza del corpo generativo che in un’artista convivono. A prescindere dal desiderio di avere o meno un figlio. Mentre non è raro che per le opere di un artista si usi la metafora del generare, al pari di un figlio per una donna.

Intanto, non sono qui da sola, ma di una donna che ha voluto regalare  a me e a tutte noi come ha vissuto il desiderio di maternità, si chiama  Chiara e a lei  sono debitrice di un disvelamento che mi ha aperto gli occhi sull’uso della pornografia nelle relazioni di coppia, che scrive:

L’idea di diventare madre mi ha spaventata per tanto tempo, avevo paura, pensavo al mio corpo trasformato come mostruoso, al bambino/a nel mio corpo come un invasore. Non mi interrogavo sull’origine di questa paura, facevo solo di tutto perché non accadesse. C’è voluto tempo prima che capissi che il mio corpo non era mio, per questo lo rifiutavo, era controllato dagli uomini che mi hanno fatto violenza. La sessualità che avevo vissuto era un’esperienza di continua violazione e umiliazione. Era una performance e un servizio dove io non esistevo o meglio esistevo come simulacro e feticcio. Quando sono riuscita a riprendere il mio corpo e la mia vita è stato come voltarsi indietro e guardarsi: il rigetto nei confronti della maternità era in realtà provocato dagli uomini che sapevo avrebbero colonizzato il mio corpo per avere da me i loro figli. Avrei dovuto essere quella madre perfetta, idealizzata, passiva, succube e muta. Un’icona morta che li avrebbe celebrati, li avrebbe rassicurati nel loro ruolo di padroni. Di me non sarebbe rimasto nulla. Ero già stata la loro bambola sessuale, ma con un figlio il pericolo era ancora più grande: quella bambina/o non sarebbe stato mio. Io avrei dovuto solo servire ancora una volta, essere succube, ma poi loro lo avrebbero controllato come controllavano me. E sarei stata ancora più disperata perché avrei avuto su di me anche la responsabilità di una nuova vita che cresceva nella violenza, la mia, quella che subivo, la sua, quella che avrebbe subito. E ho detto no, l’unico vero no che sono riuscita a dire e di cui sono orgogliosa anche se ho pagato questa scelta con l’assenza, un’assenza che poi negli anni avrebbe provocato altro dolore.

La liberazione dalla violenza è stata lenta e dolorosa, a volte mi chiedo chi fossi mentre partecipavo alla mia distruzione. Eppure c’è sempre stata una me stessa che resisteva, che non piegava la testa, che si ribellava e voleva scappare. Quella me stessa autentica era figlia di mia nonna (e con il tempo poi ho capito anche di mia mamma) ed è grazie a lei che mi sono salvata. La sua cura ha risuonato in me, è stata quella cura che mi ha fatto cercare altre donne per curarmi e curare.

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Qui ho riportato solo alcuni passaggi, ma voglio però soffermarmi sulla sua consapevolezza che la maternità non è un fatto privato, ma pubblico nel senso che il patriarcato ha via via messo le mani sul parto, sulla nascita e oggi sul concepimento e la gravidanza. Nel suo racconto torna più volte sulla violenza subita o temuta. Sull’uso della pornografia nelle relazioni.

Forse non avrei aperto gli occhi sulla funzione della pornografia nel quotidiano, nell’addomesticamento, non solo sessuale, delle donne, senza un partire da sé  che mi ha fatto capire come sia possibile per una  donna cadere nella trappola delle richieste maschili  per  “essere all’altezza” del LORO immaginario.

Nel 2018 ho partecipato alla manifestazione del 24 novembre, in occasione della giornata contro la violenza maschile sulle donne, con un cartello su cui era scritto “né puttane, né madonne, solo donne”, uno slogan che le mie coetanee hanno riconosciuto, ma per molte giovani è risultato nuovo. Ho avuto modo di parlare con loro grazie a quello slogan che risulta ancora dirompente perché la dicotomia puttane/madonne, da cui trae forza il patriarcato, non si è indebolita, come si potrebbe pensare, ma rafforzata, si è saldata in unica figura.

A una donna oggi si chiede di essere una brava moglie – socialmente riconosciuta –  e nel privato, a letto, brava come una puttana. Poi le si chiede di essere presente con i figli e che porti due soldi a casa ché non fa mai male.

L’attuale, moderna, concezione del “femminile” si alimenta, come altre che ci hanno preceduto,  della competizione tra donne. Questa è la nostra debolezza, questo era – ed è – il meccanismo da rompere. Sorellanza voleva dire non farsi mettere le une contro le altre, non cadere nella trappola della prescelta o della più brava. Oggi l’asticella della competizione si è alzata; molte giovani, per non essere rifiutate dai coetanei, dalle compagne di scuola o dal gruppo, accettano di dare corpo alla donna che hanno in testa tanti maschi. Facendo qualche ricerca in rete, da articoli e studi, ho scoperto che il nostro è un Paese in cui si consuma molta pornografia. Tanta, anche tra i giovani. Non stupisce che i ragazzi si aspettino che le ragazze si comportino come delle porno star. Qualcuno arriva ormai a considerare le coetanee come semplici “oggetti sessuali”, mentre altri mostrano di avere un’idea del tutto irrealista e fantasiosa del corpo femminile.

Accade che una donna, soprattutto se giovane, arretri sul proprio desiderio e acconsenta all’altro di colonizzare le sue fantasie, quando la libertà femminile viene percepita come un processo individuale, slegato dalla relazione con le altre. Libera di dare corpo alle fantasie e ai desideri dell’altro

Le testimonianze delle donne che hanno attraversato l’inferno della violenza –  le sopravvissute – mi hanno rivelato che, spesso, molto spesso, la violenza maschile si scatena “intorno e durante la gravidanza”.

Non lo immaginavo, ma ripensando a certi casi di cronaca nera/nerissima che sembrano estremi, come quello della ragazza uccisa al nono mese di gravidanza o della donna bruciata viva e miracolosamente sopravvissuta insieme alla figlia che portava in grembo e altri ancora – tutti compiuti da mariti, compagni, amanti – ho capito che  l’odio di tanti uomini non è solo verso il corpo sessuato delle donne, ma anche – e forse soprattutto – verso il corpo generativo delle donne. Quindi stiamo parlando di un sentimento maschile che ha radici lontane e profonde e che le nuove relazioni tra i sessi fanno emergere con crudeltà e determinazione, fino all’annientamento dell’altra. E dei figli, strumenti per annientare le madri.

…l’Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna (2014) ci dice che la violenza domestica è una delle cause principali di morte in gravidanza.

… secondo l’ISTAT  (2015) per le donne che hanno subìto violenza in gravidanza, la situazione più comune è che l’intensità della violenza, durante la gravidanza, è rimasta costante (57,7%); per il 23,7% è diminuita, per l’11,3% è aumentata e per il 5,9% è iniziata.

…dopo gravi traumi emotivi della madre, il ritmo cardiaco del feto (dopo la 20esima settimana di gestazione) subisce un’accelerazione del ritmo cardiaco che persiste per varie settimane.

…oltre alle aggressioni sessuali e agli stupri, sono frequenti i pugni e i calci sui genitali, sul ventre e le mammelle delle donne in gravidanza. Percosse rivolte con il preciso intento di colpire sia la donna sia il figlio.

…risultano ospedalizzazioni multiple durante la gravidanza

…ciò non avviene solo in Italia. In uno studio dell’OMS, condotto in collaborazione con la London School, basato su interviste a 24.000 donne, provenienti da zone sia rurali che urbane di dieci paesi, sono state analizzate le conseguenze della violenza domestica  sulla salute delle donne: dal 30% al 50% hanno conseguenze a lungo termine ; il 25%-50% ha ricevuto percosse direttamente sull’addome

Ci sono, infine,  studi e ricerche che aprono squarci inquietanti sugli aborti come conseguenza delle violenze o come ‘scelta’ imposta dal partner, che spesso esercita un controllo anche sulla contraccezione.

Fonte di questi dati, e di tanto altro, purtroppo, è il libro Violenza assistita, separazioni traumatiche, maltrattamenti multipli di Roberta Luberti e Caterina Grappolini, ma ciascuna può ampliare le ricerche navigando in rete.

La quantità e la qualità delle informazioni di cui oggi disponiamo, grazie anche all’esperienza accumulata attraverso i Centri antiviolenza, permettono di avviare una riflessione politica adeguata alle donne che siamo diventate e alle donne che abitano questo tempo. Non  penso che le cose siano rimaste com’erano, abbiamo fatto tanta strada, ma tanta ne resta da fare; abbiamo ancora tanto da dire su di noi, tanto da dirci tra noi, senza nasconderci dietro gli studi di genere, da una parte, perché il vissuto delle donne è irriducibile, ma d’altro canto neppure dietro pratiche femministe per come molte di noi le hanno conosciute negli anni passati.

Pina Nuzzo

Grazie alle donne che mi hanno sollecitato, accompagnato, permesso di riprendere fili del mio percorso. Ho scoperto che non bisogna avere paura di ripetersi. È facile perdere la memoria.

Un commento su “poter decidere se diventare madri o no è una conquista

  1. giusi ambrosio
    11 ottobre 2020

    In questi giorni trascorsi dalla pubblicazione di questi testi di esperienze e rielaborazioni profonde, ho letto e riletto, anche sofferto. Una mia partecipazione dolente ai pur diversi modi di pensarsi come donne generatrici di vita e di desiderio. Ho vissuto con estrema inquietudine l’essere cosciente di corpi generativi e pensanti nella stretta patriarcale che può trasformare i figli e le figlie in strumenti di cui avvalersi per dominare la madre, per asservire la donna, per annientare la donna. Anche il percorso di rinuncia al mettere al mondo se pure una sfida all’ordine patriarcale costituisce uno specchio per un desiderio represso e una frattura biologica con la natura del mantenere in vita e di essere partecipe di una proiezione nell’infinito ignoto. Questa complessità di vita che donne più sensibili vivono nella loro interiorità sofferente e dolente mi stringe la mente e propone abissi di riflessione sul significato comune della ricerca di una liberazione possibile.
    Un grande abbraccio Giusi Ambrosio

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Questa voce è stata pubblicata il 29 settembre 2020 da in donne con tag , , .

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