laboratorio donnae

pensiero dell’esperienza (2006)

Collin

Intervento di Françoise Collin al XII Simposio dello Iaph (associazione internazionale delle filosofe)  Roma, agosto 2006.

“PENSIERO DELL’ESPERIENZA”.

Ogni pensiero nasce dall’esperienza ma nessun fatto d’esperienza ha significato o persino coerenza a meno di non aver subito un processo di immaginazione e di pensiero(Hannah Arendt, La vita della mente)

Le responsabili di questo incontro tra le donne e la filosofia hanno voluto sottolineare, con la dichiarazione d’intenti e il programma, che la filosofia non ha l’appannaggio del pensiero. E’ incontestabile. Il pensiero è all’opera ovunque – o perlomeno dovrebbe esserlo. La filosofia è forse semplicemente (come «la chiesa al centro del villaggio») il richiamo all’importanza del pensiero in tutta l’esistenza e più in particolare nel mondo minacciato dalle selvaggerie della strumentalizzazione, avente per unico criterio l’efficacia. «Pensare da sé e dialogare con gli altri» è un principio di salvaguardia dell’umanità.

Sono stata interpellata dalla problematica dei rapporti tra pensiero ed esperienza, e pensiero dell’esperienza, agli inizi stessi del movimento femminista, più di trent’anni fa, più precisamente all’interno della rivista Les Cahiers du Grif che avevo all’epoca fondato e che erano intesi riunire intellettuali e non intellettuali, per l’appunto attorno al concetto salvifico di «esperienza». La nostra prima rivolta ci spingeva infatti in quel momento a esercitare il sospetto su un sapere – compreso quello filosofico – qualificato come fallocratico, sapere che, lungi dall’illuminarci, ci aveva ingannate sulla nostra condizione: doveva da allora in poi essere oggetto di un «dubbio metodico» o persino essere messo tra parentesi per leggere e interpretare il reale con uno sguardo nuovo, scevro da a priori, che sarebbe finalmente stato, pensavamo, il nostro sguardo.

Ritornare alla sola esperienza – «alle cose stesse», per parodiare Husserl – era allora il nostro leit-motiv, e da questo punto di vista la testimonianza ci sembrava portare più verità sul reale rispetto alla sua analisi. Per giunta questo modo di procedere permetteva a tutte le donne, intellettuali e non intellettuali, di dire e di pensare il mondo in modo nuovo, al di là delle formalizzazioni teoriche che, in nome della ricerca della verità – «genio maligno» – l’avevano occultata e ce l’avevano sottratta per secoli.

Ci siamo tuttavia rapidamente rese conto che gli strumenti intellettuali che eravamo tentate di respingere, avendoli però interiorizzati, ci permettevano di dare forma a questa esperienza, e che le testimonianze del vissuto – la parola spontanea – prendevano senso solo attraverso una certa griglia di lettura che applicavamo loro inconsciamente e che risultava proprio dalla nostra cultura e formazione, iscritte in un linguaggio che ereditavamo.

Il solo fatto che ci riuniamo qui sotto l’egida dell’università di Roma tre e nella forma di un simposio che fa riferimento alle donne e alla filosofia (e non, ad esempio, nella strada attraverso il grido o dipingendo graffiti) mette in evidenza il carattere paradossale del nostro procedimento: questo dentro/fuori che lo caratterizza in permanenza e che ognuna, o ogni collettività locale o nazionale, cerca di sostenere con maggiore o minore riuscita. Dentro/fuori le istituzioni, dentro/fuori la tradizione dei saperi costituiti e delle narrazioni, che ci richiedono una sorta di arte acrobatica del pensiero e dell’essere per accedere a un di più di verità.

Il pensiero dell’esperienza è infatti sempre un superamento dell’esperienza che le dà forma a partire da categorie che le sono esterne e che sono riprese dalla tradizione della lingua e della cultura, compresa quella filosofica. Non è dunque credendo di sfuggirle o occultandola, bensì affrontandola e riassumendola dall’interno in modo critico, che possiamo rinnovare il sapere. Esercizio certo rischioso, perché quel che ci nutre e quel che ci avvelena (il pharmakon di Platone, come commentato da Derrida), si presenta nello stesso cibo. Esercizio rischioso che non possiamo tuttavia eludere con la scusa di sfuggire al sapere a vantaggio dell’esperienza, poiché l’esperienza non è mai vergine di un sapere inconsapevole che la struttura ed è tanto più temibile quanto più inconsapevole. Non è attraverso un processo di tabula rasa ma attraverso un processo di critica interna – una vigilanza – che può emergere la verità. Non procedere a questa critica interna, non abitare il discorso, significa lasciarlo alla propria tirannia, foss’anche occulta. Non esiste un cogito-donna, non c’è esperienza originaria a partire dalla quale ricostruire il mondo. Non c’è nemmeno creazione o pensiero femminile che non si situi implicitamente o esplicitamente in relazione, positiva o negativa, con la cultura circostante. La trasformazione dell’esistenza delle donne implica necessariamente la trasformazione delle loro relazioni con il mondo, e la trasformazione di questo stesso mondo attraverso un costante dibattito teorico e pratico con tutte le sue articolazioni. Da questo punto di vista è vero che il pensiero è all’opera non solo negli spazi specializzati, riservati a tale scopo e che pretenderebbero averne l’esclusiva – l’università ad esempio – ma ovunque si giochino modalità dell’esistenza singolare e collettiva. La verità è decentrata ed è poliglotta.

Il pensiero dell’esperienza non è un pensiero di questa, ma un modo di costituirla, di darle forma e di interrogarla al contempo. Si tratta di un atto interpretativo: non un semplice sapere ma già un giudizio. Le stesse situazioni e gli stessi eventi possono infatti ripetersi nell’esperienza senza però suscitare il pensiero. Così la situazione delle donne è apparsa per lungo tempo – anche a loro stesse – come un dato evidente e quasi atemporale, fino a quando il pensiero, distaccandosi dall’evidenza dell’esperienza, non l’ha messa in questione, ne ha fatto un dato problematico e, sottoponendola al giudizio, ne ha tracciato. Pensare l’esperienza non è dunque, o non è solo, renderne conto, rifletterla per analizzarla, bensì superarla. Il pensiero è un atto, un modo di dare forma o di ridare forma al dato.

Il pensiero dell’esperienza si avvicina sì all’esperienza ma non allo stato vergine, come si potrebbe sognarlo, ma come a un’esperienza determinata, informata da una storia, e con gli strumenti di una lunga tradizione, che si tratta non di ricusare o abolire, ma perlomeno di interrogare. Il pensiero dell’esperienza diventa allora uno strumento di lettura del mondo, e anche di rilettura dei testi filosofici della tradizione, non solo per individuarvi le lacune o i pregiudizi che riguardano la differenza tra i sessi e le donne ma, avendone preso la misura, per appropriarsene in modo critico, senza soccombervi.

La presa di coscienza da parte delle donne della loro esclusione da alcune sfere del sapere, e della loro oggettivazione riduttiva in questo sapere, ha determinato una doppia strategia: da una parte, la costituzione di sfere del pensiero e del sapere parallele e esterne all’istituzione, e al tempo stesso, a poco a poco e in modo sempre più sicuro, la loro integrazione in questa istituzione. E’ così che quel che si doveva chiamare «studi di genere» (i gender studies) si sono imposti in numerosi paesi e sono anche stati poco a poco integrati in un buon numero di università – l’Italia fa eccezione – come uno specialismo tra gli altri. Posizione eminentemente ambigua di questi studi, che rischiano di vedere eroso il loro potenziale sovversivo, aggiungendo un capitolo ai capitoli del sapere tradizionale, un’aggiunta che non sovvertirebbe il corpus del sapere ma verrebbe piuttosto a completarlo e, indirettamente, a confermarlo. Ma in compenso, la non integrazione di questi studi – la loro marginalizzazione – rischiava di esaurirne a breve il potenziale trasformativo. Il problema non è nuovo in materia di strategia: è più efficace rimanere al margine, sostenendo così una forza di radicalità, oppure integrarsi per beneficiare di alcune leve determinanti, a rischio di esserne contaminati?

Bisogna interrogare la tradizione filosofica dall’interno oppure elaborare una forma parallela di “pensare da sé” a rischio di marginalizzazione, quando non di deperimento? Il richiamo che ci viene qui fatto a un «pensiero dell’esperienza» è certo un invito a pensare quel che accade e a cui siamo confrontate, senza passare di necessità dal canale di concettualizzazione dei «filosofi di professione», secondo la formulazione ironica di Arendt, anche quando lei stessa si presentava sulla scena universitaria che ne è il vettore portante. Ma l’esperienza stessa è mai puramente fattuale – un’esperienza grezza – può mai essere non informata da una storia e da un sapere che quanto più non si formulano come tanti quanto più sono operativi? Abbiamo mai a che fare con «le cose stesse», nell’epoché della loro congiuntura e della loro storia? Il pensiero dell’esperienza non è forse sempre il pensiero di un’esperienza già informata, o messa in situazione, che richiede la sospensione critica nel mentre che la cogliamo?

Un’altra pratica è stata quella di ritrovare nei sotterranei della storia le opere di donne nate-morte, dimenticate o emarginate dalla costruzione storica del pensiero. Nel riabilitare le opere e i testi di queste donne, che malgrado gli arresti domiciliari sono riuscite a «pensare da se stesse»: scrittrici, rivoluzionarie, mistiche, che sono riuscite a sviluppare al margine del corpus dominante, malgrado l’ordine dato, un pensiero irriducibile (ma il lavoro di resurrezione delle morte non finisce troppo spesso per lasciare deperire le vive per mancanza di attenzione?).

Comunque lo si individui, il pensiero delle donne si lavora nel corpo del reale e nel corpus del sapere «patrocentrico», in un corpo a corpo diretto o indiretto, e non a partire da una tabula rasa che permetterebbe la costruzione di un sapere alternativo cosiddetto femminile. Non è un sapere altro ma un’alterazione del sapere. Non è un nuovo pensiero dell’esperienza ma il ribaltamento di questa stessa esperienza.

L’accesso delle donne all’esperienza del pensiero passa attraverso il loro accesso alla dimensione dialogica. La più grande innovazione del movimento delle donne alla fine del XX secolo è la reciproca autorizzazione a pensare che si sono date attraverso la parola e l’azione (volo ut sis, voglio che tu sia, Agostino citato da Arendt), ognuna autorizzando l’altra e autorizzandosi a essere, a pensare e a parlare, che fosse nell’accordo o nel disaccordo, perché lo stesso disaccordo conferma l’importanza attribuita all’altra. Il pensiero dell’esperienza è innanzitutto il pensiero di questa esperienza che consiste nel riconoscere l’altro/a come agente del divenire del pensiero, come depositario/a di un momento della verità. E’ il costituirsi di questo appello che fa essere l’altro e, dando credito alla sua parola, le riconosce la capacità di generare simbolicamente. Perché se, fin dai greci, il rapporto di un uomo con un altro uomo è il solo portatore di verità – essendo quello di un uomo con una donna destinato a generare un figlio – il rapporto di una donna con una donna si rivela ora anch’esso portatore della verità.

L’articolazione dialogica del pensiero mi sembra al cuore della sua vitalità. «Pensare da sé e dialogare con gli altri», mettere in relazione e a confronto «le esperienze di pensiero» che si fanno in punti diversi e secondo modalità diverse. E’ nel pensare e nel parlare insieme, nel confrontare le nostre esperienze, a partire dai luoghi che sono i nostri, che ci assumiamo al contempo il comune e il differente che ci riunisce, la posta in gioco della verità trovandosi in questo spazio a più voci, un più che viene dalle esperienze a partire dalle quali si elabora, dalla diversità degli approcci di cui sono fatte e delle lingue che le articolano.

Si può sostenere che nel rimettere in gioco il pensiero nel dialogo, nell’interpellare ciascuna e ciascuno, nel restituire all’interrogazione la sua funzione di levatrice della verità, siamo fondamentalmente fedeli all’ideale filosofico e democratico originario: partorire la verità che è in ciascuno e in ciascuna, quando interroga la propria esperienza, e metterla pubblicamente in gioco. Con questo avvertimento, non da poco: che ognuna è contemporaneamente e alternativamente Socrate e il suo discepolo, ognuna è interrogante e interrogata: è così che il dialogo di sé con sé si iscrive nel dialogo di sé con l’altro, liberando il pensiero da qualsiasi riferimento a un qualsivoglia «cielo delle Idee». Quel che taglia l’indecidibilità fondamentale della messa in questione, non è il sapere bensì l’immaginazione e il giudizio: una delucidazione dell’essere che è un far essere, una «messa al mondo». Perché non siamo chiamate ad allinearci al dato bensì a creare del senso.

Al pensiero dell’esperienza che considera l’esperienza come un fatto di cui il pensiero renderebbe conto, si sostituisce così l’esperienza del pensiero, quella che fa essere e significare l’esperienza stessa nell’indecidibilità dell’alternanza dialogica. Perché l’esperienza non è un fatto che fungerebbe da fondamento, ma è già da sempre un racconto suscettibile di essere ripreso in una nuova narrazione, di cui oggi siamo eredi e responsabili.

E’ per questo che il pensiero dell’esperienza è anche un’esperienza avventurosa del pensiero: non è tanto la delucidazione di quel che è già ma piuttosto è il far essere quel che non è ancora e di cui il/la filosofa, tanto quanto l’artista, è responsabile, a cui è assegnato/a.

Pensare non è soltanto rendere conto: è sempre anche e soprattutto giudicare, e immaginare.

(traduzione dal francese di Federica Giardini)

fonte:

http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=1118

www.ilmanifesto.it

 

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Questa voce è stata pubblicata il 21 ottobre 2015 da in femminismo, filosofia, ri-letture con tag , , .

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