laboratorio donnae

obsoleta

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Noi più adulte sappiamo quanta importanza ha avuto nelle nostre vite la dimensione collettiva, il contare sulle altre, il rispecchiamento che ci faceva comprendere che i problemi delle nostre singole vite non erano una condanna, ma una condizione comune che poteva essere cambiata. Così come abbiamo fatto. In poco tempo siamo passate dalla paura della maternità al desiderio della maternità e dalla paura del desiderio alla libertà di nominarlo.

Questo scrivevo nel 2003 nella relazione introduttiva al XIV Congresso dell’Udi e concludevo così:

Noi che abbiamo lottato per raggiungere questi risultati e le donne più giovani che abbiamo allevato perché fossero libere, viviamo oggi tutte con grande fatica la gestione dei nostri desideri. Le più giovani, però, non hanno memoria di quello che sta appena alle spalle e non si rendono conto che è la prima volta nella nostra parte di mondo che una generazione di donne si misura con le scelte di vita in nome del proprio desiderio e non del destino o della sudditanza. Ritenere ovvi lo studio e il lavoro, decidere quando mettere su casa o quando fare i figli, è una possibilità che ciascuna considera solo come una fatica perché la realizzazione di questi desideri richiede da parte delle donne di assumersi la responsabilità di progettare la propria vita e di determinare le priorità, che non hanno però lo stesso peso perché non sono dello stesso ordine. Di questi tre desideri – realizzazione nel lavoro, desiderio sessuale, voglia di avere un figlio – solo uno, una volta assunto, diventa irreversibile: parlo del desiderio di maternità. E considero questo un esito delle nostre lotte per sconfiggere l’aborto clandestino e avere accesso alla contraccezione, che permette alla maternità di essere vissuta come una possibilità. Se le donne possono decidere del proprio corpo, è logico che non lo considerino più unicamente come riproduttivo e che questo determini il fenomeno sociale del calo delle nascite nei paesi sviluppati e in particolare in Italia, che per sé non è negativo ma che diventa tale se messo a confronto con il tasso di natalità degli altri paesi dove, non a caso, i corpi delle donne non godono né dei diritti umani né dell’integrità.
Se le donne, e soprattutto le più giovani, non si percepiscono più come soggetti da tutelare, è anche vero che ognuna di loro pensa che è un problema suo, individuale, o al massimo della famiglia d’origine. Dobbiamo sapere che quando liberamente si desidera un figlio e liberamente si chiama un uomo a partecipare di questo progetto, i futuri genitori hanno diritti e doveri diversi da quelli che abbiamo sin qui conosciuto e praticato. Tutti i fenomeni ai quali assistiamo e che ci vengono presentati come eccezionali e circoscritti – l’inseminazione artificiale di donne eterosessuali o lesbiche, la procreazione assistita, l’utero in affitto, le nonne madri – hanno la loro radice nell’esercizio di questa libertà.
Insomma, l’esercizio di questa libertà crea situazioni a noi sconosciute e inedite, anche dal punto di vista giuridico. Le soluzioni puramente nominalistiche – la famiglia, le famiglie – sono assolutamente superficiali rispetto alla natura del problema, che richiede alla politica, a cominciare dalla nostra, uno spostamento capace di rinominare i diritti e i doveri riferendoli ai soggetti individuali e ai generi.

Da allora il mondo è cambiato davvero tanto e di pari passo il progresso scientifico ha reso possibili situazioni impensate. E proprio perchè le cose non si ripetono mai allo stesso modo e ogni generazione si trova ad affrontare questioni antiche con situazioni e strumenti inediti, ho sollecitato, in diverse occasioni, una riflessione su cosa significhi poter progettare la maternità. L’ho fatto nell’Udi e in Laboratorio Donnae.

Presentando il primo appuntamento del Laboratorio, era il 2012, scrivevo: La discussione sarà avviata dalle partecipanti; ciascuna, a partire da sé, dirà quale privilegio e quale responsabilità comporti avere un corpo di donna. Questa rimane l’unica pratica che ci permetta di leggere e di nominare la nostra vita liberamente. Questo è quello che faremo per immaginare una politica adeguata alle donne che siamo, oggi. Nella restituzione di quell’incontro più che risposte, avevo ancora domande: Cosa ha comportato poter separare il corpo riproduttivo dal corpo sessuato? Mi tornano in mente i tanti ragionamenti fatti a suo tempo, nel pieno di battaglie quotidiane per una corretta applicazione della 194. Passavamo le nostre vite al microscopio, ci chiedevamo come mai alcune di noi – con nomi, cognomi e presenti – nonostante i contraccettivi, ricorressero all’aborto.[…] Molto è cambiato da allora, i metodi contraccettivi sono cambiati e sono diversi. Ma le donne, in particolare le più giovani, continuano ad avere gravidanze indesiderate. Perché? Quale sessualità vivono? Quali contraccettivi usano? Se li usano. Infine la domanda delle domande: la 194 rischia di diventare un mezzo di controllo delle nascite? So che questo è uno degli argomenti con cui si tenta di mettere mano alla 194, ma non voglio attestarmi su una difesa che non sappia replicare, argomentando, alle ragioni dell’avversario. E gli argomenti li possiamo trovare insieme a partire dal fatto che ognuna di noi, come ho detto aprendo, si metta in gioco. Su questo, come su altro. 

Dopo ci sono stati altri appuntamenti molto partecipati, c’è stata un’azione politica avviata insieme e anche riconoscimento e perfino affetto nei miei confronti, ma tutto questo non è stato sufficiente a costruire una pratica comune. Mi sono percepita come un’estranea rispetto a donne che avevano – e hanno –  luoghi diversi per una parola più aderente alla loro esperienza.

Il confronto/scontro tra donne che adesso è esploso intorno alla maternità surrogata va ben oltre, dimostra che avevo visto giusto, più di un anno fa, quando ho proposto di interrompere gli appuntamenti del Laboratorio in assenza di un’assunzione di responsabilità collettiva che non è mai arrivata. E che non poteva arrivare senza che ciascuna si esponesse sulla propria concezione della politica. Io non ho mai taciuto la mia, basta leggere i post che ho scritto nel blog, ma questo, paradossalmente,  non ha fatto di me un’interlocutrice. Anzi, grazie al dibattito in corso, apprendo che la mia concezione della politica è obsoleta come il mio corpo.
Scrive Fiammetta Mariani: “…Queste donne over 65 hanno pensato il loro corpo in tempi e luoghi (sociali e politici) completamente differenti e lontani per esempio dai miei. Ed oggi, in virtù di ieri e di ciò che sono stati i loro corpi in quegli spazi (sociali e politici) e in quei luoghi, di ciò per cui con quei corpi hanno lottato, vogliono avere l’ultima parola. O almeno così pare.
Ma i corpi in questione non sono più i loro corpi. I corpi di cui parlano queste donne e su cui agitano giudizi, sono i corpi di altre donne. Donne che, a differenza loro, sono ancora fertili ma non sempre fertili – una coppia su cinque circa ha problemi di infertilità, in Italia. Bisognerebbe affrontare tale dibattito con questa consapevolezza e con l’umiltà che dovrebbe portarsi dietro, oltre a ricordarci di includervi anche e soprattutto le coppie omosessuali le cui esperienze e i cui corpi ci parlano d’altro.” (la filosofia maschia)

Non voglio avere l’ultima parola, ma certamente voglio avere parola.

Pina Nuzzo

l’immagine è una scultura di Louise Bourgeois

 

 

 

 

 

8 commenti su “obsoleta

  1. nicolettanuzzo2013
    17 dicembre 2015

    …diventare soggetto del proprio desiderio ha scombinato il mio immaginario a tal punto da rendere dolorosa anche la mia piccola libertà… tanti dogmi inghiottiti nel tempo hanno torturato mente e cuore in microscopiche diatribe per farmi desistere, ma l’orgoglio e l’onore di una ritrovata sovranità era tale da andare oltre il dover essere. Il prezzo c’è stato, c’è ed quello del sentirmi divisa tra forze contrapposte, ma ci convivo con la forza di un’accresciuta consapevolezza. Nominare il proprio desiderio significa investire su di me e assumere la responsabilità di un progetto, a volte mi sembra un peso troppo grande ma quando vacillo so che non sono sola, ho una genealogia di donne/vento che ha seminato e semina fino a me.

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  2. Silvia Neonato
    17 dicembre 2015

    Cara Pina non ho suggerimenti né proposte ma mi ha molto colpito questo tuo scritto che cita anche la storia passata e che sembra però messo in difficoltà da chi ti/ci ricorda forse giustamente che il corpo fertile non è più il nostro. Continua a ragionare da sola anche se sei abituata a condividere. Silvia

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    • laboratorio donnae
      17 dicembre 2015

      Cara Silvia, non credo che l’alternativa sia pensare da sola. L’alternativa è spostare lo sguardo, restando centrata su di me, sulla mia pratica e sulla mia attualità. E’ interessante la posizione che assumono alcune donne a partire dal dato anagrafico, avrà delle ricadute e non è detto che siano tutte negative. Ma neppure positive.

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  3. lafilosofiamaschia
    20 dicembre 2015

    Cara Pina finalmente riconosco la nostra distanza e nel contempo la nostra differenza, che sta alla nostra politica. O meglio sarebbe dire, almeno per me, al nostro pensiero politico.

    La mia pratica politica è stata ed è al quanto misera. Non milito in collettivi, non faccio parte di associazioni di donne, non ho una storia politica attiva. Solo quello che penso e scrivo da tempo sul mio blog. in cui esplico il mio intento di ricostruire una genealogia femminile in una didattica come quella filosofica totalmente patriarcale. Per questi motivi (e molti altri) ho solo quello che sono insieme con le donne che incontro nel mio cammino di vita. E questo non mi consegna alcuna autorevolezza. Ricerco- e alla fine trovo – una circolarità tra donne diverse da me per storie, condizioni sociali ed economiche, età, esperienze con cui condividere esperienze. In cui poter narrare i nostri corpi e noi stesse.

    Nonostante la distanza fra noi, però, ci tengo a dire che tu sei l’unica (o una fra le poche) a riconoscermi un pensiero. Di questo ti ringrazio.
    Fiammetta.

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    • laboratorio donnae
      20 dicembre 2015

      Cara Fiammetta, forse sapevamo già di essere differenti, quello che a me è mancato è stata proprio l’esplicitazione di questa differenza. Nel tuo blog dici il tuo pensiero e l’hai fatto anche in questa occasione, ma mi sarebbe piaciuto un confronto diretto perchè la scrittura è utile, ma è anche una forma di sottrazione. Essere differenti non significa essere necessariamente distanti, ma questo fa parte della mia concezione politica.
      Ti auguro il meglio per tutto, Pina

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      • lafilosofiamaschia
        27 dicembre 2015

        Credo, e spero, che il nuovo anno ci porti a quel momento di confronto in presenza cui auspichiamo. Io ci sarò.
        Intanto, un sereni anno nuovo a tutte.

        Fiammetta

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      • laboratorio donnae
        27 dicembre 2015

        Il tuo augurio è la migliore premessa per l’incontro che vogliamo. Dopo le feste ti chiamo per stabilire tempi e modi. Ti abbraccio, Pina

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  4. Simonetta Spinelli
    23 dicembre 2015

    Il commento di Fiammetta e la risposta di Pina mi sembrano un esempio di come gestire le differenze esplicitando la responsabilità della correttezza politica tra donne.

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Questa voce è stata pubblicata il 16 dicembre 2015 da in conosciamoci, diritti, femminismo con tag .

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