laboratorio donnae

la griglia della libertà femminile

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contributo di Irene Strazzeri all’incontro “il corpo generativo delle donne” 14/4 a Lecce

La discussione pubblica sulla maternità surrogata ha sollevato molte questioni, generando contrapposizioni ideologiche e una certa confusione: adozioni, omogenitorialita’, utero in affitto, diritti dei bambini, legalizzazione a tutela delle donne, aborto, esperienze personali vs norme. Una ragione in più per farne intelligenza libera, per evitare lo spreco dell’invisibilità del sapere femminile, la perdita mascolinizzante dovuta alla ricerca di continui riconoscimenti da parte della società. Io spero che proprio perché donne sia la libertà femminile a trascinare quella maschile, “senza smettere di essere femminile. Eppure avere una opinione contraria, soprattutto con quanto attiene l’espressione “utero in affitto”, non appare del tutto comprensibile, o legittimo, anche in contesti connotati al femminile, come se mancasse chiarezza su quali siano le questioni di fondo che interessano il dibattito, una delle quali è senza dubbio la relazione tra gli esseri umani, tra donne, tra donne e uomini, tra madri, padri e bambini. Probabilmente l’individuazione delle questioni di fondo dovrebbe prescindere dallo stesso dibattito che ha accompagnato l’approvazione del Decreto Legge Cirinnà sulle Unioni civili da parte del parlamento italiano, per via della possibile strumentalizzazione delle  rivendicazioni dei diritti civili da parte dei partiti politici, e restituire centralità alla questione della “oggettivazione tecnica della natura umana” e della frantumazione della relazione materna. Ragionando per questa via, diviene evidente che la controversia intorno alla gestazione per altri non sta nella comprensione di cosa ci sia da proibire o consentire, tanto più per legge, quanto nella scelta di una chiave di lettura, per evitare di sommare ai disastri evidenti della eugenetica ulteriori disastri. Una delle espressioni più evidenti della maturazione civile dell’umanità’ è la sconfitta dello schiavismo moderno, ed è proprio in quella volontà perdurante e pre-politica, oserei dire, nel senso che attinge più allo slancio dell’esistenza che  a convinzioni mediate culturalmente, di sottrarre il corpo per consentirgli di resistere a qualunque tentativo di alienazione, che potrebbe esserci la strada che merita di essere perseguita: quella che consiste semplicemente nel restare dentro la certezza che non si possa fare di una persona un mezzo. Tanto meno si può commissionare un essere umano con un contratto commerciale, soprattutto in considerazione del fatto che il femminismo ha reso la maternità un’esperienza libera da condizionamenti, attraverso il diritto di aborto. Essere, diventare madre è infatti una questione di libertà, non di legge. Quale che sia la libertà  che sta dietro la scelta della maternità non è  semplice da stabilire. Ma non ritengo si tratti di una libertà che abbia a che vedere con un si o con un no alla legalizzazione della surrogazione. È una libertà che attinge al senso completo della autorealizzazione di sé come donna, è una libertà che incrementa, dunque, con altra libertà e non con vincoli di legge. Una simile libertà non può prescindere dalla considerazione della condizione in cui si nasce, della sua solitudine di un venduto, dall isolamento dalle fantasie che accompagnano ogni gravidanza. Proprio perché esiste questo viaggio ed una relazione materna che lo accompagna, la sua importanza deve restare coniugata alla libertà femminile. Qui sta il fulcro della capacità di procreare, della potenza di procreare.

Una potenza che attinge ad un desiderio sconfinato e non ad grammatica del limite. La incredibile potenza del desiderio di maternità ha bisogno però di griglie in cui essere filtrata, per potersi impiantare nella storia della civiltà umana e divenire una leva della trasformazione del mondo, evitando di generare tragedie, quali quelle già sperimentate delle sterilizzazioni di massa o dello sterminio di un popolo, con intenti migliorativi per la razza.

Seguendo la storia del femminismo una griglia è data proprio dalla differenza sessuale,  dalla sessuazione dell’esperienza  che non consente di considerarci solo esseri culturali, siamo anche naturali, nel senso che la sessuazione esiste anche quando non coincide con l’orientamento sessuale. La differenza sessuale, quale segno impresso all’evoluzione, si accorda con il desiderio, non per oltrepassare la differenza, quanto per poter attraversare con sapienza femminile alcune griglie. Penso alla giustizia sociale, in primo luogo, che resterebbe profondamente danneggiata se la gestazione per altri fosse prerogativa esclusiva dei ricchi: non ci sarebbero uomini e donne ricchi o poveri, ma uomini e donne poveri o liberi di avere un figlio. Una griglia, quella della giustizia, che ha a che vedere con la contesa tra libertà femminile e neoliberismo, in cui, appunto, il femminismo resiste se ribadisce che non è possibile affidare al mercato la competenza delle donne di farsi carico “direttamente” della vita.

Un’altra griglia molto importante potrebbe essere la necessità medica. La possibilità ossia di compenetrazione tra ciò che è necessario al vivente e lo sviluppo scientifico. Ricorderemo tutti il 1996, anno del sequenziamento del 96% del genoma umano. E dell’apertura di inquietanti scenari post-umani, in seguito alla clonazione della pecora Dolly.

L’ultima griglia è la più complessa, poiché riguarda la dimensione simbolica della procreazione, ossia il bisogno simbolico di divenire madri, a partire dalla storia politica del femminismo. Il diritto di interruzione volontaria della gravidanza è più problematico, ad esempio, di come lo si rappresenta nel dibattito sulla maternità surrogata. Esso ha costituito l’accesso ad una idea di libertà, per il tramite dell’accesso alla contraccezione. Per la politica delle donne la medicina era considerabile alla stregua di uno strumento patriarcale di controllo sul corpo femminile. Quale significato assumerebbe oggi la possibilità offerta dalla medicina di separare il corpo generativo da quello sessuato? Che tipo di libertà discenderebbe da questa separazione? Andare verso la frantumazione della madre non potrebbe costituire l’ennesimo tentativo di cancellazione della differenza sessuale da parte del patriarcato,

celato dalla mistificazione universalizzante di un neutro, travestito da diritto soggettivo o scelta individuale? Forse la demolizione del genere, che tanto ha visto alleate le donne ed i movimenti Lgbtqi, e che spiega lo schierarsi di alcune donne a favore della surrogacy, non va confusa con l’auto- determinazione di sé. E

Come a dire che non è soltanto la libertà femminile a perdere di significatività in presenza di leggi che deliberano sui corpi, ma la libertà di tutti. I diritti nascono sulla base di una alienazione a favore dello Stato e rappresentano una pseudo questione di libertà. Riappropriarsi della propria libertà significa riprendersi la propria soggettività, rifiutando l’obbligazione normativa e soprattutto restando politicamente su di sé. Evitando insomma che l’affitto di un utero diventi compravendita di ciò che è altro da sé, ossia un figlio o una figlia.  Filtrando con la griglia della libertà femminile il desiderio di maternità dal narcisismo del potere d’acquisto.

leggi anche i contributi di Pina Nuzzo e di Marisa Forcina

immagine di Pina Nuzzo, 2005, wall scroll uno dettaglio 3

 

Un commento su “la griglia della libertà femminile

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Questa voce è stata pubblicata il 27 aprile 2016 da in corpo generativo, maternità con tag , , .

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