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la madre frantumata

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contributo di Pina Nuzzo all’incontro “il corpo generativo delle donne” 14/4 a Lecce

Tra le  accuse mosse alle femministe contrarie alla maternità surrogata c’è n’è una che ho trovato particolarmente offensiva, ed è quella di non essere coerenti con gli slogan degli anni 70 “l’utero e mio e lo gestisco io” e “io sono mia”.  C’è davvero tanta ignoranza, oltre che malafede, in chi oggi vorrebbe ridurre l’azione politica di quegli anni agli slogan, in nome di una presunta libertà delle donne di affittare l’utero.

Erano tempi quelli in cui restare incinta fuori dal matrimonio voleva dire essere considerata una “puttana” e la paura condizionava la sessualità delle donne: paura di restare incinta – nel matrimonio o fin dal primo rapporto – perché gli anticoncezionali erano illegali e il preservativo era cosa da prostitute. Paura di dover abortire clandestinamente, con il rischio concreto di morire.

Non abbiamo gridato solo degli slogan, abbiamo dedicato molto del nostro tempo e delle nostre energie alla promozione dei consultori pubblici, convinte che il potere maschile si annidasse soprattutto nel monopolio della medicina e nella gestione della salute pubblica. Ci siamo mobilitate per dire no al controllo sociale sul nostro corpo. Anche qui, a Lecce e provincia, andando fin nei paesini del Capo di Leuca per parlare pubblicamente di contraccezione e di donne che morivano di aborto clandestino. E ci voleva un certo coraggio a esporsi così.

Io sono mia”, voleva anche dire alle altre, a quelle che in piazza non c’erano: puoi contare su di me, su di noi. Era un modo per dire che i problemi delle nostre singole vite non erano una condanna, ma una condizione comune che poteva essere cambiata. Così, in un tempo relativamente breve, siamo passate dalla paura della maternità al desiderio della maternità e dalla paura del desiderio alla libertà di nominarlo.

Passaggio che non è stato affatto indolore e che, purtroppo, non abbiamo indagato a sufficienza. Ieri come oggi, è discutibile che l’aborto sia una scelta quando ad esso si arriva per il fallimento o l’ignoranza della contraccezione. E diventa qualcosa di indefinibile se ad esso ricorrono donne informate e che abbiano accesso alla contraccezione. Quando accade siamo costrette ad ammettere che una parte di noi – il nostro corpo riproduttivo – ci rimane estranea. Ma non per questo meno ingombrante e pericoloso.

Ho sempre avvertito il pericolo di una mancata riflessione, proprio a partire dalla 194,  su che cosa comporti avere un corpo che può generare; sulla responsabilità e sul privilegio che ne conseguono. Un rischio concreto è che la 194  diventi un mezzo di controllo delle nascite; abbiamo evitato di parlarne con la scusa che è uno degli argomenti con cui la destra, i conservatori di ogni genere, tentano di mettere le mani sulla legge. Ma l’atteggiamento sulla difensiva è controproducente; ha impedito un confronto reale, ha impoverito la nostra politica e reso inefficaci le nostre azioni contro l’uso strumentale dell’obiezione di coscienza.

Quindi, non mi ha sorpreso il libro di Chiara Lalli: La verità, vi prego, sull’aborto. “Le donne per la prima volta parlano, al di là della solita retorica e dei preconcetti, della loro interruzione di gravidanza.(Fandango Libri) . Nel prologo Bianca, una delle donne intervistate  dice: «Sono così tante le volte che ho sentito che comunque starei – dovrei stare – necessariamente male che il dubbio rimane intatto, nonostante io non mi senta male. Mi sentivo peggio prima, prima dell’aborto. Mi sentivo in trappola». E ancora: «Mi sento meglio, devo sentirmi in colpa per questo? Sono un mostro? Ho abortito e mi sento finalmente bene. Ma ho ancora il dubbio di avere qualcosa che non va». fonte

Sarebbe interessante esplorare quel “qualcosa che non va”, ma, temo, non ci siano più le condizioni. Almeno io non mi aspetto più una risposta alla domanda fatta e rifatta in diverse occasioni: cosa ha comportato aver potuto separare il corpo riproduttivo dal corpo sessuato?

Forse non dovevo proprio fare la domanda. Me lo dice la forte resistenza delle donne più giovani ad “aprirsi”, a partire da sé, negli anni più recenti della mia attività politica, nell’Udi e in Laboratorio Donnae. Questo non vuol dire che queste donne, quelle che ho conosciuto, non abbiano un pensiero o non parlino tra loro, anzi. Basta leggere ciò che scrivono, i luoghi della politica e le piazze che scelgono per capire che esiste una socialità e una pratica. Sono donne che si scelgono in contesti in cui sono omogenee per età, per formazione politica e culturale.

Il libro di Lalli e le donne che condividono in rete il suo pensiero, sono una risposta implicita alla mia domanda e mi confermano nell’idea che siamo ancora lontane dal prendere in carico il nostro corpo generativo, in tutta la sua potenza. Siamo forse più libere, ma lontane dalla responsabilità.

Decidere se portare avanti o meno una gravidanza – l’autodeterminazione – è l’esercizio di un potere che cambia la vita. Potere che noi donne abbiamo per come è fatto il nostro corpo. So che questa parola non piace, fa paura, ma dovremo farci i conti, prima o poi; fare finta che il potere non ci riguardi non ci fa più buone o migliori degli uomini, solo meno responsabili, come fossimo delle eterne adolescenti.

Per questo, per quegli slogan che non mi pento di aver gridato, non mi convincono le ragioni di chi pensa che i corpi si possano mercificare.  A maggior ragione nel caso della maternità surrogata, dove i corpi mercificati sono due: quello della madre e quello del neonato. Poi, pur non avendo competenze scientifiche e giuridiche, ho abbastanza immaginazione per sapere che, in questo modo, il patriarcato mette le mani sulla maternità come mai prima.  Con il supporto della scienza e di strutture commerciali.

Attraverso la maternità surrogata la madre viene frantumata: si prende l’ovulo di una donna, lo si feconda col seme di un uomo e lo si impianta nell’utero di un’altra. La razza, il sesso e il colore degli occhi del “prodotto” li determinano i prezzi del mercato. Infine, appena la “donna vaso” partorisce, il “prodotto” viene affidato agli acquirenti, senza essere allattato per evitare che si crei un legame. Come da contratto, liberamente sottoscritto, dicono.

Per me, questo è un mercato da contrastare, per altre è una frontiera della libertà femminile. Posizioni che sembrano destinate a non incontrarsi e che hanno modificato profondamente le relazioni tra noi, con esiti di cui non siamo ancora in grado di definire la portata. Personalmente ho misurato la distanza tra me e molte delle donne con cui ho avuto un rapporto politico.

Ne ho preso atto e continuo a pensare che avere un utero non significhi avere la proprietà dei bambini partoriti e che decidere di portare avanti una gravidanza significhi avere cura del nascituro, crescerlo. So bene che ci sono donne che pensano e agiscono diversamente e donne alle quali capita di non potersi occupare del figlio partorito. Il mondo è pieno di bambini abbandonati, venduti, rubati, con e senza il consenso delle madri.

Trovo, però, inconcepibile la programmazione di un bambino come oggetto da regalare o merce da vendere. L’alleanza che molte donne, anche femministe a me care, hanno stretto su questo terreno con uomini (etero o gay non fa differenza) mi obbliga a ripensare le mie relazioni politiche. Mi impone di dire quello che penso nel modo più chiaro possibile, senza ricorre al femminismo come archeologia, ma anche senza rinnegare niente della mia esperienza.

leggi anche i contributi di Irene Strazzeri e di Marisa Forcina

immagine di Pina Nuzzo, 2005 wall scroll due dettaglio 1 

 

3 commenti su “la madre frantumata

  1. paroladistrega
    28 aprile 2016

    L’ha ribloggato su paroladistrega e ha commentato:
    Rebloggo questo interessante articolo di PINA NUZZO, femminista storica da cui – credo – si possa imparare molto. Il femminismo non è nato oggi, né ieri. E’ nato ieri l’altro: un po’ di anni fa. E sconfessarne valori, simboli, slogan… non fa bene a nessuna. Grazie quindi a PINA NUZZO.

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  2. Erika
    1 maggio 2016

    Pienamente d’accordo il termine donna vaso e prodotto finito rendono bene il concetto. ..che tristezza
    mi viene pensando a tutto ciò. ..sembra di tornare indietro sembra che la condizione femminile stia pian piano tornando a quella che era stata molto tempo fa…anzi purtroppo peggio ..mi sbaglio?

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  3. Pingback: Una luce. Anzi tre. | Simonetta Spinelli

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Questa voce è stata pubblicata il 27 aprile 2016 da in corpo generativo, laboratorio, maternità con tag , , .

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