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come va ripensata la maternità?

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contributo di Marisa Forcina all’incontro “il corpo generativo delle donne” 14 /4 a Lecce

Quello del 14 aprile  è stato un bell’incontro. A partire dalla impostazione di Pina Nuzzo che ci richiamava a guardare alla questione della gestazione per altri, ma andando alla radice. E la radice è la maternità. Che va ripensata. Mi sarebbe piaciuto continuare a parlare con chi quell’incontro aveva organizzato: cioè Pina e anche Irene, ma i tempi, le pause non sempre ci sono amiche. E allora continuo quel dialogo così: pensando, in relazione a quelle presenze.

Come va ripensata la maternità? in direzione di un destino e di una natura che fanno il loro corso, o in direzione di una scelta e, quindi, della libertà? Ma la libertà può mai prescindere dal corpo/dai corpi? Forse dovremmo cominciare a parlare di “corpus” della libertà, nel senso che non c’è conoscenza ed esperienza che possa prescindere dal corpo, senza il corpo che fa esperienza di sapere e di pensiero abbiamo solo ideologia, ossia sviluppo logico di un’idea, e, come la chiamava Marx, ricordiamoci di lui ogni tanto, falsa coscienza. Noi femministe, di vecchia e nuova data, non possiamo che rivendicare la libertà e quindi schierarci in direzione di tutto ciò che la promuove.

Ma che cosa oggi promuove libertà? E’ la cittadinanza con la garanzia di poter avere dei diritti riconosciuti? compreso, come diceva Pina, il diritto alla “frantumazione” del corpo della madre?

O è piuttosto una politica delle relazioni in cui non c’è mai un altro\a come oggetto, e non c’è l’altro\a come prodotto: un secondo come prodotto sia pure della nostra invenzione, salvato dalla nostra capacità, o un terzo che è il prodotto di due, un bambino, altro oggetto come prodotto finale di una relazione.

La politica delle relazioni non è la politica della produzione. Lasciamo la produzione e le sue fasi  all’economia, compresa quella delle merci e del mercato, ben sapendo però che l’economia va governata, orientata e sviluppata dalla politica. Ma la politica è costituita da quelle azioni e scelte che  promuovono libertà. La politica è percorso, e questo percorso si fa nelle relazioni. E’ una strada che si fa a piccoli passi. Françoise Collin lo chiamava bricolage, e diceva che la politica deve avere la forma del bricolage, perché se diventa programmazione, pianificazione, normalizzazione si rovescia nell’infernale percorso di nuove forme di totalitarismo.

Abbiamo bisogno perciò di un ripensamento della politica e della parola femminista contro il potere delle pianificazioni che chiudono alla libertà.

Che cosa si nasconde dietro il desiderio di avere figli? La voglia di una scelta? Oggi paradossalmente è più facile scegliere di non avere un figlio che averlo. Il destino oggi sembra essere quello della non maternità. Infatti abbiamo imparato a connotare come negativo l’ambito riproduttivo: non creativo, non libero, sotto coercizione della famiglia, in due parole eterosessuale e patriarcale. Ma siamo certe che omosessuale sia sinonimo di libertà e di non-patriarcale?. Al destino riproduttivo che cosa stiamo contrapponendo? La produzione dei bambini? Una produzione fatta come ogni produzione di merci? Come la produzione delle macchine che compriamo, possediamo, che sono il nostro status symbol, anche nella quantità? Che rivendiamo e acquistiamo di seconda mano?  Oggi non solo la gestazione per altri consente di comprare un figlio come un’automobile, ma anche le costosissime adozioni legali, a meno che non ci si accontenti di bambini un poco “sbicchierati”, sono costosissime. I bambini più sani, più puri più luminosi, come i diamanti, costano di più. Ieri Pina diceva “Dietro tutto questo desiderio di figli ad ogni costo non c’è forse un nuovo-antico immaginario, rovesciato nell’economico che fa dire: “questi sono i miei gioielli”? Ma ora la dimensione simbolica evocata dall’appellativo etico di Cornelia si è perduta e ciò che conta e si mostra è solo la dimensione economica. Ora, il posto delle madri o delle donne si perde completamente, basta nella produzione che ci sia un minimo di manodopera e di tecnica. Quale manodopera produce i bambini di cui legalmente si diventa proprietari? Perché questa manodopera è sempre più delocalizzata? Perché i prodotti dell’industria non hanno alcun legame con la manodopera? A differenza dall’opera della ricamatrice o della brava sarta il cui prodotto o lavoro era perfettamente riconoscibile tra tanti ed era anche liberamente creativo, oggi il neoliberismo propone la manodopera indifferenziata. La maternità come manodopera a minor prezzo e proveniente dai cosiddetti paesi poveri non ha relazione con il prodotto-figlio.  In più, come il liberismo economico ha fatto perdere alla manodopera dell’industria, non solo l’energia creativa del lavoro, ma anche il lavoro e il suo senso, così la gestazione come fornitura di manodopera perde il senso del suo lavoro e la relazione con l’altro come oggetto e come soggetto.  Ciò che conta è il consumo. Consumiamo merci, prodotti e desideri con una voracità e velocità straordinarie e senza alcuna energia: la sola energia che passa è quella del bancomat che si introduce nel sistema elettronicamente controllato.

La politica delle donne, quella che si mette al lavoro per la libertà femminile, sa che l’energia del desiderio e delle relazioni vengono prima e sono più produttive di ogni energia che viene dall’economico e dal denaro. L’energia è potente. Le donne hanno una grande potenza nel loro corpo. Quando è in atto questa potenza è potere.   Pina Nuzzo diceva: le donne hanno un grande potere. E’ vero, è potere quello che consente di modificare il corso di eventi del proprio corpo. E’ il potere dell’autodeterminazione. Gli uomini, ma anche le donne stesse hanno paura di questo potere che è il potere di generare, il potere del corpo gravido.

C’è una distinzione tra potenza e potere che andrebbe sottolineata non per porre cavilli nelle parole. La potenza è energia, è ciò che spinge, che può. Il potere è l’atto, il fatto, la realizzazione di questa capacità. Il potere è stato enfatizzato dai più deboli per mascherare la propria impotenza o, che è lo stesso, dagli impotenti per darsi forza. Infatti il potere dà\è forza, è\dà la norma, la legge che protegge.

Il potere è necessario quando c’è una caduta di autorità, di potenza. La potenza è ciò che può, il potere mette in atto ciò che si può fare. Il potere o è espresso dalla forza, o dalla necessità di governare l’uguaglianza. Il Contratto sociale segna la nascita di una forma di potere nuova che governa l’uguaglianza attraverso l’alienazione. Ricordiamo la formula: io alieno, rinuncio alla mia libertà a patto che tu rinunci alla tua;  l’alienazione reciproca consente di dire che in questo modo “si guadagna l’equivalente di tutto ciò che si perde e più forza per conservare quello che si ha”. Ma in realtà ciò che conta nel contratto è l’atto della rinuncia alla propria libertà a favore di un governo che assume il potere. Inutile ricordare che, come è stato ampiamente dimostrato dagli studi di Carol Pateman in poi, il Contratto sociale mima il Contratto sessuale. Ciò che ne risultava era la valorizzazione del governo e il suo potere di fare le leggi. La distinzione e la valorizzazione tra la volontà generale che vuole il bene comune e governa e la volontà di tutti che invece non deve avere il potere di governare, dice molto del risvolto totalitario di una simile impostazione.

Allora che fare? Ridere del potere? è necessario; ma non risolutivo! Tornare indietro? No! Aprirsi al futuro è necessario. Ma come conservare la potenza femminile e il suo potere che è potenza in atto? Come riconoscere questo potere? Ma se il potere è forza o legge o norma, non svuota forse la potenza a vantaggio dell’economia? Cioè, se sente la necessità di tradursi in progetti, decreti e diritti non lo fa forse perché ha ormai perso di vista la sua potenza che si mostrava con tutta l’autorità e il sapere di un corpo formato e informato che con cognizione agiva tempi e desideri e sapere di sé?

Far scoppiare la contraddizione è necessario. Così come avevamo fatto con la nostra-tua  proposta del 50E50. Sapevamo allora che non era l’accesso delle donne ai vari governi e a “ovunque si decide” ad essere di per sé un fatto rivoluzionario ma sapevamo che era scompigliante, perché si sottraeva spazio e si introducevano variabili sull’organizzazione delle poltrone. Il potere riproduce se stesso e ha paura dello scompiglio, del disordine e di ciò che può essere differente da sé, così come ha paura della potenza che genera sempre qualcosa, figli compresi, e quindi la potenza di cui il potere ha paura potrebbe mettere in atto forme diverse di potere; perciò questo ha paura  delle donne autorevoli, che sono potenti e perciò vengono sistematicamente allontanate ed estromesse dai luoghi dove si decide e si discute.

E ancora, quale parola oggi è autorevole? La competenza e la scienza, le parole che vengono dai posti privilegiati e dai regni della competenza dove tutto ciò che si può dire e fare è legittimo dire e fare? Forse è meglio oggi un regno dell’incompetenza, ma che si dichiara per quello che è; forse è meglio il regno delle domande problematiche, piuttosto che quello delle certezze e delle pseudoscienze che legittimano tutto ciò che fare si può e che, perciò, riproducono e implementano solo il mercato.

Solo coloro che non sanno, diceva la mia amica Françoise Collin, sono capaci di inventare e  consentire che qualcosa di nuovo possa ancora nascere e accadere. Come i bambini che possono nascere e non nascere da corpi di donne, ma non si possono comprare al mercato. E il tempo del mercato delle vite umane, il tempo del mercato degli schiavi ci auguriamo solo che possa un giorno finire, ma non certo cominciare daccapo.

leggi anche i contributi di Pina Nuzzo e di Irene Strazzeri

immagine Pina Nuzzo, 2005 wall scroll tre dettaglio 1

Un commento su “come va ripensata la maternità?

  1. Pingback: Una luce. Anzi tre. | Simonetta Spinelli

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Questa voce è stata pubblicata il 27 aprile 2016 da in donne, maternità con tag , .

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