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aborto, gli anni tra depenalizzazione e legge

lecce referendum

Ho vissuto gli anni – e le lotte –  che hanno portato all’approvazione della legge sull’aborto, la 194. Ricordo che c’erano donne, anche femministe, e uomini che erano favorevoli all’aborto, nel senso che ne chiedevano la depenalizzazione. Poi c’erano tante donne – anche femministe e dell’udi –  che volevano una legge per poter interrompere una gravidanza indesiderata nelle strutture pubbliche, salvaguardando l’autodeterminazione della donna. La differenza è tutta qui.  Pina Nuzzo

 

Nel 1978 sarà approvata la legge n.194, che – forse è utile ricordarlo – si chiama per esteso: Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanzaPassata alle cronache come la legge sull’aborto. Per noi, allora come oggi, l’aborto è un dramma e non un diritto civile. Per noi, non era perciò proponibile  alcun “percorso ad ostacoli” che finisse per sottrarre la decisione alla donna su “come, quando, dove, perché, e soprattutto con quali autorizzazioni”. E questo lo abbiamo affermato, nei confronti di qualunque proposta di legge e anche contro le pressioni di partiti della sinistra, segnatamente del PCI.

Sotto il segno dello slogan che aveva trovato un assoluto consenso tra tutte, aborto per non morire, contraccezione per non abortire, il movimento delle donne ribadiva che era necessario istituire capillarmente i consultori familiari per prevenire l’aborto e per diffondere  le metodologie della contraccezione. Infatti nel 1975 erano stati istituiti i consultori e la pillola anticoncezionale sarà mutuabile. Parallelamente alla discussione che si sviluppava in Parlamento, con vari colpi di scena, i gruppi femministi e l’Udi intervengono ovunque con grandi manifestazioni che raccolgono ed esprimono il crescente consenso delle donne. Fino al grande corteo del 3 aprile 1976 a Roma, fatto insieme in nome dell’autodeterminazione.

Anche per questa legge abbiamo dovuto affrontare un referendum, anzi due. Su due sponde politiche completamente diverse. Il Partito Radicale da un lato e il Movimento per la Vita dall’altro, raccolsero, in quegli anni, le firme necessarie alla presentazione di due distinti referendum abrogativi.

Il Partito radicale voleva che l’aborto non fosse più reato e che fosse possibile esercitarlo anche nelle cliniche private. Noi allora ci opponemmo perché volevamo obbligare la struttura pubblica, e quindi la società intera, a farsene carico; se fosse passato il  principio – in sé non assurdo – dei radicali il problema, pensavamo allora, sarebbe rimasto privato anche nella percezione della donna. Il partito radicale perse quel referendum su quella che pure è stata una battaglia di civiltà, anche per loro iniziativa. Forse anche per questo a piazza Navona (12 maggio 2007), Marco Pannella, annettendosi quella legge con un lapsus che gli fa onore, parlando della 194, ha detto  “la nostra legge” e ha riconosciuto che grazie ad essa l’aborto nel nostro Paese è calato del 40%.

Noi, nel momento in cui eravamo impegnate per l’applicazione della legge, fummo costrette ad una difesa senza mediazioni. Sapevamo i limiti di quella legge, ma non potevamo correre il rischio di tornare indietro su un punto così faticosamente conquistato come l’autodeterminazione. Partecipammo alla campagna referendaria con la morte nel cuore. Convinte comunque che bisognasse rispondere NO in entrambi i casi.

Si formarono comitati di partiti di sinistra in difesa della 194 in cui noi dell’Udi decidemmo di non entrare. Perché per noi l’aborto non è un diritto civile, certo. Ma soprattutto perché quei partiti – tutti quei partiti – “pur dichiarandosi a parole a favore della 194, erano responsabili perché nelle istituzioni non si battevano per la sua piena attuazione. Né per l’istituzione dei consultori fatti come le donne li volevano”. (citazione dagli atti dell’XI congresso)

Avevamo paura di perdere. Il 18 maggio 1981 i due referendum furono respinti.

Quello radicale con l’88,4% dei NO. Quello del Movimento per la Vita con il 68% dei NO.

E noi provammo sollievo ma anche una sorta di sbandamento. Eravamo a disagio perché non eravamo state in grado di prevedere l’atteggiamento delle donne. Ma in quel momento era difficile per noi capire le donne  perché noi eravamo le donne. Ricordo ancora la felicità e un comizio improvvisato nella piazza della mia città su camioncino di fortuna, con le donne che arrivavano da tutte le parti. Da quel momento il  concetto di autodeterminazione investe la percezione che una donna ha di sé ovunque.

Sull’applicazione della legge sull’aborto e sulla questione della violenza sessuale si muoverà e ruoterà il movimento delle donne in quegli anni. Il partire da sé, il dichiarare che il personale è politico, il parlare tra donne del proprio corpo, avevano fatto emergere il problema  di una sessualità “stretta tra due paure”: quella della maternità indesiderata e quella di un aborto clandestino.

 

Dalla relazione di Pina Nuzzo “…ripartiamo dalla cittadinanza duale e dalla democrazia paritaria” Sala Olivetti, Roma 19 maggio 2007

 

foto di Caterina Gerardi, Lecce, 18 maggio 1981

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il 21 maggio 2016 da in aborto con tag , .

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